Tra le più problematiche eredità che la pandemia di Covid-19 rischia di lasciare dietro di sé vi è, sul fronte economico, una destrutturazione dei tessuti produttivi che rischia di produrre strascichi di medio-lungo periodo. Un campo di elevata preoccupazione per i decisori politici e gli addetti ai lavori in Europa è quello delle imprese, che rischia di essere notevolmente perturbato in futuro quando verrà meno la rete protettiva di misure di garanzia alla liquidità, tutela dell’occupazione e welfare emergenziale (come la cassa integrazione in deroga e il sostegno del fondo Sure) che ha artificialmente sostenuto interi comparti economici nell’ora più buia della pandemia.

Il rischio di un’ondata di fallimenti

Qual è il rischio maggiore che ci dobbiamo attendere? Un’ondata di fallimenti. Come nota Business Insider, “questo potrebbe accadere in tutti quei Paesi che hanno adottato misure di sostegno per le imprese in difficoltà, tra cui l’Italia”, in cui il trend è stato simile: a una dura contrazione del Pil e all’aumento della disoccupazione è stata però associata una riduzione delle procedure fallimentari che appare, sino ad ora, solo destinata ad essere dilazionata nel tempo. In questo contesto secondo un report di Atradius, fornitore globale di assicurazione del credito, in Europa “gli aumenti più significativi potrebbero verificarsi in Francia (+80%), e poi ancora in Austria (+73%), Belgio (+61%) e Regno Unito (+56%)”, mentre solo l’Irlanda registrerebbe numeri in linea col 2020 (+3%) e si aspettano crescite significative ma di minore entità in Olanda (+44%) e Spagna (+49%). L’Italia farebbe segnare un +48%, dopo che nel 2020 si erano registrati circa il 30% di fallimenti in meno rispetto agli 11mila del 2019.

Del resto anche l’ufficio studi della Banca d’Italia in un report dedicato proprio al legame tra fallimenti d’impresa e Covid-19 aveva posto l’accento sul fatto che la proporizionalità tra l’impatto della perdita di Pil nel 2020 e l’aumento dei fallimenti nel biennio 2021-2022 sarà diretta e significativa, con 6.500 nuovi fallimenti previsti nei due anni in questione. Parimenti, Coface ha stimato che l’entità delle insolvenze nascoste, ovvero il numero di imprese tecnicamente fallite e irrecuperabili, sia stato nel 2020 intorno al 39% del livello 2019 (4.100 insolvenze).

Cresce ancora la sofferenza delle aziende

E il numero di fallimenti non è che una quota della somma totale delle chiusure aziendali, che ha assunto portata endemica: secondo la memoria depositata dall’Istat a settembre in commissione Bilancio del Senato durante la discussione sul Decreto Agosto la quota di imprese che ha lamentato seri rischi operativi che ne mettono in pericolo la sopravvivenza nel 2020 è stata pari al 38%. Una quota molto simile a quella ricordata al Fatto Quotidiano da Marco Granelli, presidente delle 700mila imprese di Confesercenti, la rete degli autonomi e delle piccole e medie attività, in una recente intervista: “Per il 32% dei nostri associati il momento è davvero difficile, parlo di attività che vanno incontro a seri rischi operativi e a problemi di liquidità già nei prossimi mesi. Come è facile immaginare le attività più colpite sono quelle che hanno a che fare con turismo, ristorazione, organizzazione eventi”.

Le cessazioni d’impresa nel 2020 sono state complessivamente 273mila, secondo Unioncamere, un numero inferiore di centomila unità rispetto a quello di sette anni fa. Un freno garantito dalla presenza delle moratorie bancarie per 189 miliardi a 1,2 milioni di imprese e dei crediti garantiti dallo Stato e distribuiti da società come Sace per altri 162 miliardi. Un sostegno che non potrà più esser garantito nei mesi a venire con la stessa interezza: Federico Fubini sul Corriere della Seraricorda che l’autorità europea di vigilanza bancaria, l’Eba, “sta decretando la fine delle moratorie sul credito il 30 giugno prossimo. Salvo cambi di rotta, si avvicina il momento nel quale ricominceranno progressivamente a contare le logiche normali di un’economia di mercato”. Andrea Enria, capo della vigilanza bancaria comunitaria, ha invitato a tal proposito le banche a prepararsi a una vera e propria imbarcata sul fronte dei crediti deteriorati legati alle insolvenze del mondo corporate.

La necessità di un sostegno strategico

Il mondo delle imprese italiane, inserendosi in un problema generale europeo, va incontro al redde rationem della crisi pandemica: e ora più che mai ci si accorge che in diversi casi le misure di sostegno non hanno potuto far altro che cristallizzare le situazioni di difficoltà di molte imprese, destinate a tornare alla luce una volta superata l’emergenza pandemica. Il sostegno governativo dovrà dunque farsi ben più strategico già nei prossimi mesi a venire: favorire la riconversione industriale verso settori a più alto margine, l’evoluzione delle competenze dei lavoratori e la difesa di chi perderà il posto e l’occupazione appare un set di misure più strategico rispetto al mero sostegno generale attraverso sovvenzioni e sussidi.

Mario Draghi ne aveva parlato in un paper del think tank G30 già a dicembre e lo intende mettere in atto già nel secondo decreto Sostegno previsto per aprile: gli aiuti dovranno farsi sempre più mirati sui settori a più alta competitività e maggiormente in grado di riprendersi. Non è cinismo, ma necessità economico-strategica. Il rischio, nel rimandare l’inevitabile, è che altre situazioni di sofferenza si aggiungano a quelle già gradualmente in accumulazione. A testimonianza di quanto profondamente gli effetti economici del Covid-19 siano destinati ad impattare.