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Gli ultimi anni sono stati gli anni del debito. Ampie quantità di debito pubblico, il più noto e discusso, ma anche e soprattutto di debito privato sono state accumulate a seguito del consolidarsi di politiche finanziarie basate sull’espansione monetaria, l’abbassamento dei tassi, il consolidarsi dei quantitative easing. Un vero e proprio “liberi tutti” che a lungo ha portato a un’iper-accumulazione debitoria a lungo concentratasi negli spazi della finanza speculativa e delle borse, che hanno cavalcato la stagione di vacche grasse garantite dall’inondazione di liquidità delle banche centrali.

Il debito è andato nei riacquisti di azioni proprie da parte delle imprese, funzionale a gonfiarne il valore, a dilatare i risultati delle trimestrali, a ampliare gli utili. Ha alimentato le politiche di sconto fiscale perseguite dagli Stati Uniti nell’era Trump, gli investimenti delle multinazionali per cercare nuovi lidi sicuri per i loro capitali nei paradisi fiscali, ha spinto un decennio continuo di incremento borsistico. Dimenticando lo stimolo all’economia reale prima che la crisi del coronavirus insegnasse a tutti quanto essa fosse fondamentale e indispensabile.

Il crollo del Pil di diversi Paesi, la paralisi della produzione, delle catene del valore, della logistica ha causato un paio di mesi di tempesta finanziaria, dopo la quale è però ripreso il business as usual, che le borse e la finanza hanno visto stimolato dal ritorno in campo di governi e banche centrali. Il grande salvataggio pubblico dei settori in crisi e il nuovo diluvio monetario, unito al rally borsistico dei vincitori della crisi pandemica, i giganti del digitale, hanno riportato in alto i listini. L’euforia legata all’annuncio del vaccino ha fatto il resto. In mezzo, resta una crescita del debito.

Molti hanno citato ma ben pochi hanno letto l’editoriale di marzo con cui Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times, chiamava a raccolta per la battaglia contro la pandemia invocando lo stimolo della mano visibile dello Stato contro la crisi da coronavirus. Draghi invocava ampi aumenti del debito pubblico in cambio di una svolta nelle regole del gioco del settore privato, che avrebbe dovuto ridurre il suo debito consolidato e legato a questi giochi spericolati. Una coraggiosa ammissione dei limiti del Qe condotto da governatore della Banca centrale europea, ma anche un monito politico importante. Così non è stato.

E a certificarlo sono i dati del Fondo Monetario Internazionale commentati da Il Sole 24 Ore, che ci ricorda come “che il  2020 si dovrebbe chiudere con un debito pubblico globale superiore al Prodotto interno lordo, più di quanto non fosse alla fine della Seconda guerra mondiale”. Tre volte e mezzo circa per la precisione, in un contesto che vede il debito globale destinato a schizzare al 365% del Pil. Il debito dei Paesi G7 (passato dda 118 a 141%) e dell’area euro (da 84% a 101%) ha conosciuto le crescite più alte sul fronte del debito pubblico, ma il vero boom si è avuto sul fronte del debito privato di famiglie e imprese.

L’Institute of International Finance, scrive Il Sole, ha calcolato che sia i Paesi più sviluppati (dove il debito cumulato è oltre il 400% del Pil) che quelli in via di sviluppo (ampiamente sopra il 200%) contribuiscono a questo processo e che per effetto della crisi pandemica “il debito globale è aumentato nei primi 9 nove mesi del 2020 di 15mila miliardi di dollari,raggiungendo la cifra record di 272mila miliardi, corrispondenti al 365% del Pil atteso”. Non che le condizioni di partenza fossero ottimali, dato che a inizio 2019 lo stesso Iif calcolava il debito globale in 250 trilioni di dollari, tre volte il totale di vent’anni fa, e anche le stime più prudenti del Fmi lo vedevano in 184mila miliardi di dollari, 225% del Pil mondiale.

La situazione rischia in futuro di precipitare perchè se da un lato è vero che buona parte di questo debito è connesso in ultima istanza ai bilanci delle banche centrali, che possono in futuro eliminarlo gradualmente senza correre rischio di fallimento, dall’altro si dimostra la sostanziale biforcazione tra le prospettive economiche del sistema produttivo, industriale e manifatturiero e quelle di una finanza sempre più vorace e pronta a condizionare in senso iper-espansivo le banche centrali. Costringendole a un Qe sempre più permanente anche qualora le condizioni produttive richiedessero strette o contenimenti dei livelli di indebitamento.

L’economia globale poggia su un grande castello di carte che solo una crescita sostanziale dell’economia reale può rinforzare. Sarebbero servite maggiori garanzie sull’indirizzo del debito pubblico verso attività produttive e un minor sdoganamento di operazioni finanziarie spericolate sul fronte del debito privato: quando finirà l’euforia del denaro facile, interi comparti industriali potrebbero trovarsi in stato di insolvenza, grandi gruppi potrebbero fallire, il tema delle “imprese zombie” che tra Regno Unito, Usa e Germania ha più volte fatto discutere potrebbe riproporsi. E mai il sistema globale potrà permettersi, dopo la pandemia, tanta precarietà.

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