Nel 2018 Donald Trump annunciava tariffe pari al 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio provenienti da vari Paesi, tra cui, ovviamente, la Cina, bersaglio principale del diktat statunitense. L’obiettivo dell’allora presidente era chiaro: ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, che nel 2017 aveva raggiunto l’enorme quota di 566 miliardi di dollari, 375 dei quali con Pechino. Il Dragone, il più grande produttore al mondo di acciaio e alluminio, ha reagito diffondendo una lista contenente 128 prodotti Usa sui quali ha minacciato di imporre dazi doganali compresi tra il 15 e il 25%.

Anche se Trump è stato semplicemente l’esecutore materiale di una politica aggressiva contro la Cina, e l’idea di attaccare frontalmente il gigante asiatico circolava da tempo nei corridoi della Casa Bianca, possiamo affermare che la guerra dei dazi Usa-Cina è iniziata in quel preciso momento. Da allora si sono susseguite centinaia di previsioni sugli effetti globali provocati da una simile contesa.

Un termine molto utilizzato negli ultimi anni è stato quello di decoupling. Il rischio, hanno predetto esperti e analisti, era che presto avremmo assistito al progressivo allontanamento dell’economia cinese e di quella americana. Due economie tra loro correlate e interdipententi. Il conseguente effetto nefasto? Dato che oggi i sistemi economici sono interconnessi da molteplici nodi di produzione, nel caso in cui un Paese dovesse bloccare i propri, andrebbe non solo a colpire il suo rivale, ma danneggerebbe l’intera filiera produttiva mondiale.

Affari a gonfie vele

Rivalità, tensioni, guerra dei dazi. Tutto vero. Eppure, come ha spiegato in un lungo articolo il New Yorker, gli affari tra Stati Uniti e Cina non sono mai andati così bene come in questo turbolento periodo. Per capire meglio di che cosa stiamo parlando, basta concentrare la nostra attenzione sull’avvento della pandemia di Covid-19 e sulle recenti dinamiche di vendita presenti su Amazon. Emerge subito un dato emblematico, come ha sottolineato Marketplace Pulse, società che si occupa di analisi di mercato del commercio online: circa la metà dei più importanti rivenditori sul sito americano di Amazon si trovano in Cina.

Per “più importanti rivenditori” intendiamo quelli che possono contare su un fatturato superiore al milione di dollari. Un portavoce di Amazon ha smentito questa statistica, ma i dubbi restano. Appare dunque evidente il profondo legame economico che ormai lega Stati Uniti e Cina, l’uno in simbiosi con l’altro. Gli ultimi dati premiano comunque, ancora una volta, l’economia cinese. A maggio le esportazioni del Dragone sono cresciute del + 27.9% rispetto all’anno precedente, così come sono cresciute le importazioni, precisamente del + 51.1% (la crescita più rapida dal gennaio 2011).

Un futuro da (ri)scrivere

Tornando alle relazioni tra Stati Uniti e Cina, vale la pena analizzare l’atteggiamento messo in campo da Joe Biden per contrastare l’ascesa di Pechino. Il presidente democratico ha aggiunto una sessantina di aziende cinesi alla black list di trumpiana memoria. C’è tuttavia una differenza sostanziale da considerare: mentre Trump aveva imposto il ban soltanto alle società cinesi collegate, direttamente o indirettamente, all’esercito cinese, Biden è andato oltre, considerando come conditio sine qua non il solo legame tra le suddette aziende e lo Stato cinese.

Se da un punto di vista politico e ideologico le visioni del mondo delle due potenze globali del XXI secolo dimostrano una netta divergenza, dal punto di vista economico incarnano, al contrario, una palese convergenza. In vista del futuro Washington e Pechino dovrebbero cercare di limitare i danni. Anche perché, dati i numerosi casus belli sparsi in Asia (e non solo) basta davvero una scintilla per generare un incendio dagli esiti indefiniti.

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