Più volte nelle ultime settimane è tornato in auge il dibattito sull’euro digitale. Una svolta concettuale e operativa per la moneta unica comunitaria che, come ha ricordato il membro italiano del consiglio direttivo Bce Fabio Panetta, si ripropone di espandere la tutela della privacy dei consumatori, il peso dell’istituzione centrale nel sistema monetario europeo, lo sviluppo di metodi di pagamento sicuri e funzionali.

Quel che si ha in mente non è una criptovaluta né un sistema simile basato sulla blockchain ma con asset a fare da garanzia alle spalle (le stablecoin delle quali Libra di Facebook rappresenta il progetto più noto e ambizioso). Piuttosto, la Bce immagina un progetto sistemico che possa creare un mezzo di pagamento digitalizzato indipendente dal potere oligopolistico dei giganti del settore, principalmente di matrice statunitense, forte della garanzia di Francoforte e capace di creare un vero e proprio nuovo tipo di moneta. Gli economisti ragionano da tempo sulle prospettive delle monete digitali di banca centrale (Central Bank Digital Currencies, Cbdc) e sul loro utilizzo a livello sistemico.

In sostanza, le Cbdc sono strumenti che portano le banche centrali a immaginare un’accelerazione verso la digitalizzazione dei pagamenti che permetta agli istituti monetari centrali di non venire meno alla propria funzione di vigilanza sul mercato monetario e sulle transazioni. Nel Report on a Digital Euro” dell’ottobre 2020 la Bce progetta un euro di nuova fattura in grado di accelerare tale transizione, senza però escludere che in futuro la Cbdc comunitaria possa anche giocare un ruolo nella gestione delle transazioni interbancarie.

I decisori politici e economici in futuro si troveranno di fronte alla prospettiva di poter analizzare per esteso un complesso retroterra culturale e pubblicistico sul futuro della moneta digitale. Molti paper, studi e articoli su questi temi sono stati pubblicati, fornendo diversi spunti su cosa un Cbdc permetterebbe di fare a uno Stato o una banca centrale. Vi è ad esempio chi sostiene che una Cbdc europea possa consentire di rendere più precisa la mira dei “bazooka” monetari (come il quantitative easing e l’helicopter money) sui settori maggiormente bisognosi, o chi ricorda che una Cbdc dovrebbe per sua natura disincentivare i possessori ad utilizzarla come strumento di accumulazione.

Massimo Amato, docente dell’Università Bocconi, e Alessandro Bonetti, suo collaboratore nell’unità di ricerca Mints che Amato co-dirige, hanno recentemente pubblicato su Econpoly de Il Sole 24 Ore un’ampia e dettagliata analisi in materia sottolineando che la Cbdc “non è solo una forma tecnologicamente avanzata della moneta “normale”, ma un’innovazione monetaria potenzialmente dirompente”. Capace di evolvere la forma del pagamento ma anche la stessa ratio con cui le monete vengono utilizzate e acquisiscono il loro ruolo nelle società odierne: “le Cbdc permettono infatti una separazione (unbundling) delle sue funzioni, e dei soggetti che le svolgono”.

Non a caso tra i Paesi che maggiormente arrancano nell’avanzamento teorico e tecnico sulle Cbdc si segnalano gli Stati Uniti, timorosi che un avanzamento in tal senso possa mettere a repentaglio le prospettive di dominio globale del dollaro. Il biglietto verde ha da oltre settant’anni una primazia monetaria sia come riserva di valore (funzione rafforzata dalla popolarità dei Treasury Bond come bene-rifugio) che come strumento di potere e proiezione geopolitica della superpotenza. Il ruolo del dollaro come unità di conto dei commerci internazionali ha reso possibile a Washington utilizzare la moneta come strumento di guerra asimmetrica contro attori ostili (ad esempio l’Iran o il Venezuela) o di pressione contro alleati riluttanti (ad esempio la Turchia) e al Dipartimento della Giustizia di chiedere di espandere la propria giurisdizione ovunque il biglietto verde sia utilizzato (lawfare). Altri attori, come i Paesi europei, non hanno potuto fare altro che adeguarsi per diversi anni.

Una Cbdc europea inserita nel quadro di progetti di autonomia strategica del Vecchio Continente, coperta da data center e infrastrutture tecnologiche e cloud indipendenti dai giganti del web a stelle e strisce (come vuole il progetto Gaia-X) e sostenuta da una forte volontà politica ne valorizzerebbe il ruolo negli scambi internazionali, permettendo di aggirare il paletto rappresentato dai veti di Washington a qualsiasi assetto monetario cozzi con gli interessi della superpotenza. Così come una Cbdc “grezza” gestita dalla Bce consentirebbe alle banche commerciali di costruire prodotti su misura sulla sua base, aprendo a nuovi e innovativi mercati finanziari (si augura di natura non speculativa) indipendenti dalle principali borse del mondo, Londra e New York. Il campo di gioco è ampio e complesso: ma il mondo cambia e invita gli attori economici a adeguarsi. Una digitalizzazione ingenua e non mediata da un vero registro istituzionale capace di coordinarla rischierebbe di essere incompleta e addirittura foriera di rischi securitari e di privacy. Una svolta monetaria governata dalle autorità competenti in materia invece, come visto, offrirebbe opportunità politiche che meritano di essere esplorate.

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