Non chiamiamoli, nemmeno più, “Paperoni”. Del miliardario più famoso dei fumetti Disney i super-ricchi d’America non hanno nessuna delle caratteristiche. Non il radicamento nell’economia reale, non la parsimonia, non l’attitudine a costruire la propria fortuna dal basso. Gli odierni miliardari americani sono una super-classe sempre più autoreferenziale, sempre più isolata dal resto della popolazione, sempre più lontana anche dal resto di quel famoso “uno per cento” oggetto delle critiche e della contestazione dei nemici di Wall Street e delle sconvolgenti disuguaglianze della società americana.

Forbes ha recentemente stilato la classifica dei 400 uomini più ricchi d’America, segnalando come nell’ultimo decennio questi abbiano conosciuto un incremento del proprio patrimonio di 2,3 volte, sfiorando complessivamente i 3mila miliardi di dollari (2.700 miliardi di euro). La corsa dei super-ricchi si alimenta dall’inizio della Grande crisi, che ha stimolato le politiche di bassi tassi, quantitative easing e stimolo finanziario capaci di riportare sul sentiero della crescita il Pil americano e i listini borsistici ma anche di spingere in avanti la componente finanziaria a scapito dell’economia reale. È una crescita alimentata da Wall Street, non da Main Street, dove forse il Paperone originale si troverebbe più a proprio agio. Aritmetica manifestazione.

I 400 della lista di Forbes sono infatti i magnati dominanti a Wall Street, che cavalcando le politiche della Fed e dell’amministrazione Obama hanno fatto segnare un +53% negli otto anni dell’ultimo presidente democratico. Un guadagno considerevole prima del colpo grosso dell’era Trump: piazzando un suo esponente alla Casa Bianca l’oligarchia dei plutocrati americani, che pure ha guardato di traverso il tycoon newyorkese durante la campagna elettorale del 2016, ha ricevuto in dono la colossale riforma fiscale del 2017, che ha decapitato le aliquote sui loro principali centri di guadagno.

Certo, l’economia americana corre e Trump ha finora fatto segnare ottimi risultati sui fronti della crescita (che approssima gli obiettivi iniziali di una media del 3%) e dell’occupazione (ai massimi da decenni). Ma a stravincere sono sempre i soliti noti. Stravincono i Bezos, i Gates, gli Zuckerberg, i Koch, i Bloomberg. A parole tutti criticano Trump, membro di questa ristretta élite (275esimo uomo più ricco d’America con 3,1 miliardi di dollari), ma in segreto stappano lo spumante per la sua riforma fiscale. Anche i democratici, in ogni caso, non possono fare a meno delle donazioni, sempre consistenti, che molti esponenti del mondo dell’alta finanza americana garantiscono loro. La super-classe finanziaria o, per usare le parole di Luciano Gallino, la cuspide più alta del finanzcapitalismo sa essere estremamente bipartisan.

L’empireo di Wall Street si issa sempre più su, mentre al lato opposto della piramide, come ha fatto notare Elisabetta Grande suo magistrale saggio sulle disuguaglianze economiche negli Stati Uniti, Guai ai poveri, come “la povertà estrema è negli Stati Uniti parte integrante della fisionomia della società e addirittura del paesaggio urbano”.

In mezzo la middle Americal’America fisicamente, economicamente e politicamente di mezzo che ancora deve recuperare appieno l’urto della recessione e lo smarrimento della Grande crisi. Da un lato, fa notare Italia Oggi, “l’attivo immobiliare degli americani a fine 2018 ha toccato i 33.300 miliardi di dollari, ben oltre i 29.100 miliardi raggiunti nel 2007 e in aumento del 50% rispetto ai minimi toccati nel 2012”, dall’altro numerosi distretti, tra cui quelli operai e agricoli che hanno sostenuto Trump nel 2016, faticano a raggiungere livelli accettabili di crescita, produttività e benessere.

E tra precarietà occupazionale e crescita della povertà, sulla società americana pende ancora la spada di Damocle del debito privato. Causa, tramite il terremoto dei subprime, dell’inizio della slavina del 2007-2008. Miccia tutt’altro che disinnescata oggi, quando a farla da padrone sono i prestiti scolastici e i finanziamenti per l’acquisto di automobili collateralizzati e immessi nel sistema finanziario. Il debito privato americano è in volo a 13.500 miliardi di dollari, i prestiti studenteschi contribuiscono per 1.500 e quelli automobilistici per 1.300. La causa principale? La situazione favorevole all’indebitamento garantito dalle politiche di bassi tassi d’interesse della Fed e dalle scelte accomodanti delle amministrazioni americane. La fonte primaria dell’accumulazione esorbitante dei magnati di Wall Street porta con sé la principale minaccia alla stabilità dell’economia americana. E non è la prima volta che ciò accade. Ma la finanza ha la colpa di essere una pessima studiosa della sua storia.