L’economia Usa gira meglio di quella europea? Solo grazie alla Silicon Valley. Ma per il resto…

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Non è facilissimo raccontare la storia dell’economia globale senza cadere nel tranello dell’eccezionalismo americano, cioè in quell’idea rassicurante e un po’ pigra secondo cui gli Stati Uniti vincono sempre su tutti i fronti perché lavorano di più, innovano di più e guadagnano di più. Questa è l’idea rassicurante e un po’ pigra che inquina da qualche anno, in particolare dopo la pubblicazione di vari studi europei e del rapporto stilato da Mario Draghi sulla competitività dell’Unione Europea, la narrazione dominante ci dice che il divario di PIL pro capite tra Stati Uniti ed Europa continua ad allargarsi. Questo è vero nei numeri, ma nasconde un’illusione ottica piuttosto interessante.

Vista da vicino, ad esempio leggendo questa inchiesta del Financial Times, la presunta superiorità schiacciante degli Stati Uniti smette di essere un dato omogeneo e si rivela per quello che è: il risultato quasi esclusivo del settore tecnologico. Escludendo la produzione di hardware, la fornitura di servizi informatici e le loro applicazioni più dirette, le economie delle due sponde dell’Atlantico viaggiano a ritmi spaventosamente simili. In altre parole, l’enorme solco economico che ci separa dagli statunitensi si riduce all’enorme successo commerciale di una manciata di multinazionali della Silicon Valley.

Negli ultimi vent’anni la produttività oraria europea ha rallentato il passo, questo è innegabile, ma non perché gli occupati europei si siano improvvisamente messi a lavorare peggio: la differenza sta nell’adozione sistemica delle tecnologie digitali, dove le imprese statunitensi hanno accumulato vantaggi enormi. Negli Stati Uniti si investe prima e di più nell’automazione dei processi amministrativi, nell’integrazione delle architetture in cloud e negli strumenti di intelligenza artificiale. In Europa si tende ad approcciare la trasformazione digitale con maggiore prudenza, spesso frenati da un quadro normativo severo, come la disciplina della privacy, e da un tessuto industriale frammentato.

Qui possiamo provare a ricordare un paradosso tipico della società contemporanea: dedichiamo enormi quantità di capitale e intelligenza per risparmiare tempo sulle mansioni burocratiche, automatizzare le riunioni e velocizzare i flussi di lavoro, al solo scopo di produrre margini finanziari che poi destiniamo a sostenere i costi di sistemi sociali sempre più complessi e precari. Gli Stati Uniti estraggono un valore immenso dalla tecnologia, ma la conversione di questo Pil in effettivo benessere umano si rivela tragicamente inefficiente.

I dati sulla qualità della vita raccontano infatti una storia del tutto opposta a quella delle curve di produttività. Nonostante una spesa sanitaria pro capite immensamente superiore a quella di qualsiasi Paese europeo, l’aspettativa di vite oltreoceano rimane nettamente inferiore. E non menzioniamo neanche i tassi di carcerazione e di omicidi che nelle democrazie europee sarebbero considerati intollerabili.

La difficoltà dell’economia statunitense sta nel trasformare la sua straordinaria ricchezza finanziaria in stabilità sociale, trasformando la crescita in un meccanismo di accumulazione che compensa disuguaglianze e disfunzioni strutturali. Gli economisti tendono a misurare la competitività analizzando esclusivamente le ore lavorate e la produttività per ora. L’Europa ha scelto, più o meno consapevolmente, di scambiare una parte di questo potenziale incremento di ricchezza con più tempo libero e una rete di protezione sociale più solida. Possiamo allora dire che vera sfida del modello europeo non è copiare la Silicon Valley, ma capire fino a quando questa preferenza per la stabilità potrà reggere senza che il ritardo tecnologico comprometta la sostenibilità stessa dello Stato sociale.