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Emmanuel Macron non può dormire sonni tranquilli in vista delle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2022. I Repubblicani, ritenuti gli avversari più temibili, non hanno ancora schierato un candidato ufficiale e sono nelle retrovie in vista del voto ma restano un’incognita da valutare, mentre Eric Zemmour e Marine Le Pen sono divisi ma hanno portato nel complesso i candidati legati all’estrema destra a un complessivo 35% mai raggiunto in precedenza. Ad ora, l’incognita sull’avversario politico che potrebbe sfidare il presidente in carica in eventuali ballottaggi è in ogni caso secondaria rispetto alla partita sulle sfide concrete che attendono il Paese. Riguardanti principalmente la ripresa economica.

Se Macron supererà brillantemente la prova dell’inverno e del rischio di una frenata della ripresa economica post-Covid, potrà avvicinarsi all’appuntamento elettorale sulla scia di un trend positivo. Se invece l’economia prenderà una piega negativa e le nubi che si affollano sulla ripresa del Paese aumenteranno di numero la partita sarà più dura. I problemi sono quelli che agitano il resto delle economie avanzate dell’Europa, Italia in primis: necessità di piani di stimolo per l’economia di fronte al rischio di una ricaduta nella recessione, potenziale carovita legato all’inflazione e all’aumento delle bollette energetiche, malcontento sociale.

Macron, secondo Bloomberg, punterà a sfidare a destra i principali candidati che gli si opporranno cercando di far valere, in caso di difficoltà, i risultati ottenuti. Il presidente, infatti, “ha abolito una popolare tassa sul patrimonio – qualcosa che i conservatori avevano cercato di fare, senza successo, quando erano al potere – e recentemente ha reso più severe le condizioni per ricevere i sussidi di disoccupazione”, ricorda Bloomberg. Però, “il governo di Macron ha insistito sul fatto che la ripresa economica potrebbe essere deragliata dalle difficoltà di assunzione per le aziende, dalle tensioni globali sulle catene di approvvigionamento e dall’inflazione a causa della carenza e dell’aumento dei prezzi delle materie prime”.

Di recente la Banque de France ha aumentato la sue previsioni di crescita per l’economia nazionale e previsto un aumento del Pil del 6,75% nel 2021, contro il 6,3% inizialmente annunciato. Aumento giustificato da una previsione di crescita più forte del previsto per il quarto trimestre attualmente in corso, +0,75% su base trimestrale, ma che non cancella la natura di sostanziale “rimbalzo” dopo il durissimo 2020 della ripresa in corso.

Sul fronte industriale, al contrario di quanto accade in Italia, in Francia il pieno riassorbimento del pesante impatto indotto dalla crisi pandemica sembra ancora lontano. A settembre l’output manifatturiero ha frenato: il risultato complessivo della seconda economia europea ha mostrato un decremento dell’1,4% su base mensile dopo il +1,1% del mese precedente, un risultato decisamente peggiore alle attese degli analisti che avevano stimato un aumento dello 0,4%.

La partita energetica, al contempo, continua a essere decisamente complessa. Il prezzo medio dell’energia a ottobre ha fatto un balzo rispetto a settembre (172,58 €/MWh, +27%), costringendo il governo a approvare la cheque inflation, un provvedimento anti-inflazione che ha congelato a 38 milioni di francesi le bollette su gas ed energia con una dotazione di 100 euro a persona.

Diversi settori della società francese, inoltre, hanno bisogno di sostegno economico essendo ancora costretti a contare i danni subiti nell’ultimo anno e mezzo: Macron ha messo in campo 300 milioni di euro per sostenere i lavoratori indipendenti e 50 milioni per tamponare gli effetti della Brexit tra gli esportatori, promuovendo al contempo un vero “Piano Marshall” per la città più colpita dal disagio sociale e dalle disuguaglianze, Marsiglia, città chiave in quel Sud della Francia epicentro del lepenismo che a settembre ha ricevuto uno stanziamento straordinario da 1,5 miliardi di euro.

Inoltre, quarto punto, Macron dovrà fare i conti con il rischio di una magmatica esplosione della società francese di fronte a determinate sfide economiche e politiche. I “Gillet Gialli” del 2019 sono, del resto, partiti per protestare contro un’ecotassa sui carburanti; e la volontà del presidente di promuovere ambiziosi piani di sviluppo tecnologico e industriale nel campo della transizione energetica e digitale potrebbe, nel breve periodo, vedere alcuni settori danneggiati e i loro esponenti aderire alla componente più critica e protestataria dei movimenti anti-governo.

Infine, Macron si può trovare costretto a dover fare i conti con un’agenda complessa sulla narrazione del suo quinquennio all’Eliseo. Le frange più liberali dei Repubblicani e Zemmour ad esempio, ricorda Repubblica, attaccano Macron definendolo troppo statalista per non esser riuscito a mandare in porto riforme come la revisione dell’orario di lavoro da 35 ore settimanali e il cambiamento del sistema pensionistico; altri invece nella destra frenano “per evitare la rivolta sociale” e, sia in seno ai Repubblicani che nel Rassemblement National, accusano il presidente di eccessive velleità liberiste. Inoltre, da sinistra Macron viene attaccato dai candidati (il Verde Yannick Jadot, la socialista Anne Hidalgo e il comunista Jean-Luc Mélenchon) per aver a loro detta trascurato gli obiettivi maggiori sul fronte della transizione energetica.

Il presidente si trova di fronte alla necessità di gestire la fase più dura della pandemia nell’era post-vaccini in questo finire di 2021 coniugando la gestione emergenziale con la ripresa economica e la tutela della sicurezza dei cittadini, senza però trascurare piani a più lungo termine (su energia, tlc, difesa e così via) per posizionare la Francia al vertice nelle catene del valore europee e globali di diversi settore. Su questi temi la vulnerabilità dell’inquilino dell’Eliseo è notevole e spesso sottovalutata dagli analisti: non dovrebbe sorprenderci se nei prossimi mesi sarà proprio l’economia a dettare il ritmo delle danze nella partita per la presidenza francese.