Mentre 700 miliardi di euro evaporavano dalle borse europee sotto effetto delle tariffe commerciali degli Stati Uniti, i ministri degli Esteri europei si riunivano a Bruxelles per decidere le prime contromisure e l’Unione Europea si divideva tra spavento e volontà di reazione, il Vecchio Continente nella giornata odierna ha fatto i conti con il rischio di trovarsi a metà del guado nella nuova ondata di protezionismo globale.
Il combinato disposto tra l’assalto di Trump a un’economia mercantile in cui l’esposizione al 55% del Pil comunitario sull’export ha trasformato il modello europeo rendendolo più vulnerabile, come ha dichiarato di recente Mario Draghi, e una difficoltà nel coordinamento tra l’agenda fiscale, quella commerciale e il campo monetario rende confuso l’incedere comunitario. Ci si accorge, in particolar modo, che l’offensiva commerciale di Trump ha un bersaglio principale che si chiama Germania. E non a caso, commentando la sfida dei dazi, il cancelliere in pectore Friederich Merz, intento a negoziare l’accordo di governo tra la sua Cdu e la Spd, ha usato i toni più forti.
L’allarme di Merz per i dazi di Trump
“La situazione sui mercati azionari e obbligazionari internazionali è drammatica e minaccia di peggiorare”, ha dichiarato Merz lunedì, aggiungendo che “è più importante che mai per la Germania ripristinare la sua competitività. Questo deve essere al centro dei colloqui di coalizione”, ha aggiunto rivendicando la svolta per investire 1.000 miliardi di euro tra infrastrutture, energia e difesa rottamando la tradizionale impostazione rigorista sul debito. Merz, come l’arcirivale nella Cdu Angela Merkel e l’uscente Olaf Scholz, fa i conti con la guerra economica americana alla Germania, oggi riproposta in versione XXL.
Trump vuole colpire il deficit commerciale e ridimensionare il deficit federale. Per colmare il primo deve tagliare la dipendenza degli Usa dai mercati stranieri, specie dai Paesi definiti “manipolatori” come Berlino; per risolvere il problema del debito deve veder l’aumento degli acquisti e della domanda di obbligazioni federali, oggi in profonda concorrenza come “bene rifugio” col Bund tedesco. E non è un caso che il decennale tedesco sia salito di rendimento dal 2,3 al 2,7% in un mese mentre l’effetto-dazi trainava sotto il 4% il T-Bond decennale, rendendolo relativamente più conveniente rispetto a quello di Berlino.
Al contempo, per Trump Germania significa surplus commerciale in settori, dall’auto alla farmaceutica, dove spera di veder tornare a ruggire la proiezione finanziaria americana. Questa strategia anti-tedesca non manca di elementi contraddittori, perché dalle armi al gas Berlino da anni compra attivamente asset strategici negli Usa, ma si inserisce nel quadro decennale di una guerra economica che è iniziata oltre dieci anni fa, quando l’amministrazione Obama spinse contro la Germania per la firma degli accordi sul raddoppio del gasdotto Nord Stream con la Russia.
La guerra economica tedesco-americana
Il Dieselgate contro Volkswagen, l’attacco regolatorio a Deutsche Bank negli Usa, la guerra commerciale di Trump nel primo mandato, l’Inflation Reduction Act di Joe Biden per alimentare la produzione Usa di asset tecnologici e della transizione green e ora i nuovi dazi di The Donald si inseriscono in un continuum di guerra economica che colpisce l’intera Europa puntando però specificamente alla Germania.
Quando Trump dice che l’Ue è “nata per fregarci” pensa alla Germania, e questo rende più complessa e asimmetrica la risposta alla nuova strategia commerciale dell’amministrazione americana. L’Europa potrà accettare la svolta industriale tedesca, con tutti i suoi rischi in termini di ricadute sistemiche, come leva contro i dazi? E la Germania sarà disposta a capire che la reazione ai dazi imporrà, prima ancora che nuove tariffe, manovre monetarie come la svalutazione dell’euro e l’abbassamento dei tassi che la Bundesbank continua a non voler incentivare per la Banca Centrale Europea? Chi ha il pane non ha i denti, ma nel frattempo tutti hanno i dazi e l’Europa rischia il cortocircuito. Una volta di più è la Germania che ha la responsabilità di una risposta razionale e comunitaria. Ne sarà, per una volta, capace Berlino dopo aver fallito più volte la prova? Sarà questa la grande domanda della nascente era Merz.

