Il pil dell’India continua a crescere nonostante una recente battuta di arresto. Nel primo trimestre del 2019 la crescita del prodotto interno lordo si è attestata intorno al +5,8%, in frenata rispetto al +6,6% di fine 2018. Il paradosso è che mentre il pil cresce, il sistema economico del paese scricchiola pericolosamente sotto i colpi di Narendra Modi e del suo Bharatiya Janata Party (Bjp). Gli ultimi dati sull’occupazione relativi all’anno 2017-2018 raccontano di uno Stato in cui il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 6,1%, il picco più alto degli ultimi 45 anni che comprende circa 11 milioni di persone senza lavoro. Al fine di mantenere costante il rapporto tra lavoratori e impiego, secondo alcune stime l’India dovrebbe assumere ogni anno 12 milioni di giovani: una vera e propria utopia. Se poi ad aggravare la situazione ci si mette anche la contrazione dei consumi, il danno è completo; lo scorso maggio, ad esempio, la vendita di auto è diminuita di un quarto, con tutti i contraccolpi del caso a un settore che dovrebbe invece fungere da traino.

Il confronto con la Cina

La sensazione è che l’India abbia sprecato un enorme vantaggio, soprattutto nel confronto a distanza con la Cina; il 25% della sua popolazione parla inglese e, almeno in linea teorica, avrebbe le carte in regola per tessere importanti relazioni con partner occidentali. Con l’avvento di Modi, l’India si sta chiudendo sempre più in sé stessa, tanto che il primo ministro indiano sta penalizzando l’adozione della lingua inglese a favore dell’hindu. La Cina invece ha un piano ben preciso, porta avanti i suoi progetti internazionali e ha una velocità di decisione neanche lontanamente paragonabile a quella indiana, stritolata da una burocrazia farraginosa e ormai anacronistica.

Un altro ostacolo che ha impedito all’Elefante di superare il Dragone nella corsa verso il successo economico è la composizione politica interna. L’India conta 29 Stati in cui si parlano almeno 22 lingue, molte delle quali diverse tra loro, mentre la Cina deve sì fare i conti con 56 etnie differenti ma, pur riconoscendo (almeno costituzionalmente) i diritti delle minoranze, ha puntato sulla creazione di un unico centro, sia linguistico che politico. Pechino procede diritto sotto la guida di una sola testa, il Partito comunista cinese; Nuova Delhi si perde in mille percorsi alternativi. La verità è che il Dragone possiede una politica economica globale mentre il goffo Elefante indiano fatica a stento ad averne una regionale.

Il bluff indiano

Eppure l’India è lo stesso paese la cui economia, secondo le più autorevoli stime, dovrebbe presto superare quella cinese. Ogni anno esperti e analisti sono però costretti a rivedere le loro proiezioni e, alla fine, c’è chi ha definito la crescita indiana un bluff. Questi i motivi. Intanto, a partire dal 2015, Nuova Delhi ha aggiornato il metodo con cui era solita calcolare il Pil, che oggi appare decisamente troppo alto in relazione a esportazioni e produttività, che non accennano a crescere. Inoltre: è vero, negli ultimi 15 anni il Pil dell’India si è moltiplicato di cinque volte e il paese è il terzo al mondo per numero di utenti internet, ma l’Elefante rimane povero e vittima di una sciagurata crescita demografica. È altrettanto vero che la popolazione dell’India ha quasi raggiunto quella della Cina (rispettivamente 1,34 miliardi contro 1,38) ma il pil pro capite indiano è lontano anni luce dal corrispondente cinese (1936 dollari annui contro 8826 aggiornati al 2017). Nel caso in cui decidessimo di rapportare il Pil in relazione al numero di abitanti, l’India si ritroverebbe al 144esimo posto nelle classifiche mondiali.

Le politiche economiche di Modi

Nel 2017 la crescita economica indiana è stata frenata dalla demonetizzazione, una politica introdotta in fretta e furia dall’amministrazione Modi nel 2016 con l’obiettivo di combattere la corruzione. In pratica tutte le banconote da 500 e mille rupie (equivalenti a circa 6,5 e 13 euro), cioè le più diffuse nel paese nonché le più maneggiate dal popolo, sono state ritirate di botto e sostituite con monete di altro taglio, causando non pochi disagi a commercianti e negozi. Con questa misura il governo ha ritirato l’86% del valore del contante in circolazione e provocato il rallentamento dei consumi unito alla riduzione della liquidità in circolazione. Un cocktail letale che ha avvelenato l’economia dell’India.

Un’altra mossa di Modi è stata la riforma fiscale attuata nel corso del 2018, che in poche parole ha trasformato il sistema fiscale federale in un vero e proprio mercato unico. Con la legge Gts, inoltre, Nuova Delhi ha imposto una tassazione nazionale su beni e servizi al posto della vecchia tassazione decentrata. Anche in questo caso, proprio come per la demonetizzazione, i risultati non hanno convinto.

Make in India: una promessa non mantenuta

Una delle sfide più interessanti che aveva proposto di intraprendere Modi poco dopo la sua elezione era quella di industrializzare l’India. In che modo? Attirando gli investimenti stranieri e imitando, a grandi linee, quanto fatto dalla Cina di Deng Xiaoping. Nel 2014 fu così varato il piano Make in India, una campagna che mirava a rinforzare l’industria indiana e quindi il settore secondario. I servizi e il terziario contribuivano, al momento del lancio, al 69% del pil mentre l’agricoltura al 14% e il secondario al 17%.

L’intenzione, almeno sulla carta, era quella di far crescere l’impatto del settore secondario sul Pil fino al 25% entro il 2025. Com’è andata? Non bene. Gli incentivi agli investimenti stranieri concessi da Nuova Delhi non hanno avuto l’effetto sperato e il sogno di Modi di trasformare l’India in un hub globale della manifattura è destinato per il momento a restare tale. Rispetto al 2014, il manifatturiero è salito di appena due-tre punti percentuali.