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Chissà che cosa potrebbero pensare le decine di migliaia di persone morte per troppo lavoro in Giappone della violenta battuta d’arresto appena subita dal loro Paese. Hanno letteralmente speso la loro vita per rendere Tokyo prima potenza economica planetaria, sognando l’impresa, cullando il desiderio proibito di superare gli Stati Uniti, e invece sono stati costretti ad assistere ad una mini debacle.

Già, perché i dati appena diffusi dal Giappone indicano che il prodotto interno lordo nipponico si è ridotto per il secondo trimestre consecutivo nel periodo ottobre-dicembre, e che su base tendenziale il valore ha visto una flessione dello 0,4%. La nazione asiatica ha così perso il terzo gradino del podio su scala globale a discapito della Germania, diventata la terza economia mondiale dietro a Stati Uniti e Cina.

I “samurai” degli zaibatsu, i grandi conglomerati economici che al termine della Seconda Guerra Mondiale avevano portato il Giappone ad un passo dal sorpasso sugli Usa, sono costretti ad alzare bandiera bianca per la terza volta consecutiva. Lo avevano già fatto una prima volta, e in maniera assai traumatica, negli anni Novanta, in seguito allo scoppio della bolla speculativa. E ancora un’altra, a cavallo del “decennio perduto” – diventato ventennio, e poi trentennio – quando il Paese ha attraversato una stagnazione paludosa.

Il Giappone ha la “febbre”

Sembrava che Abe Shinzo potesse risollevare le sorti del Giappone, scuoterlo con le sue “frecce” politiche, ma non c’è stato niente da fare. Prima la pandemia, poi le tensioni internazionali, la contrazione dell’economia e, soprattutto, lo yen in caduta libera, hanno spinto Tokyo in una recessione tecnica.

Per la terza volta nel giro di una generazione, i salaryman giapponesi sono stati travolti dalla realtà. Hanno lavorato sodo, ma lo hanno fatto evidentemente per mantenere la barca a galla più che per rendere il loro Giappone una superpotenza economica. I consumi interni, del resto, continuano a rimanere deboli, e i prezzi a crescere nonostante i sussidi varati dal governo guidato da un Fumio Kishida da tempo finito nell’occhio del ciclone.

Risultato: il Giappone si è ammalato. Ma la febbre che sta accusando la nazione arriva da lontano, precisamente dai problemi mai risolti in seguito allo scoppio della citata bolla. Basti pensare che, secondo i calcoli del ministero del Lavoro nipponico, a queste latitudini i salari sono aumentati solo del 10% in termini nominali tra il 1991 e il 2020, ben al di sotto degli incrementi rilevati in altri Paesi industrializzati. E basti anche pensare che negli anni Novanta, dopo il boom economico gonfiato dagli asset alla fine degli anni Ottanta, i salari nipponici erano tra i più alti del mondo.

I numeri odierni evidenziano, al contrario, un’economia giapponese che ha gradualmente perso competitività e produttività, mentre la sua popolazione continua a diminuire e invecchiare.

Ma Tokyo resta una potenza

L’economia giapponese non è in ottimo stato di forma. Questo non significa tuttavia che il Giappone sia destinato ad un lento declino, ad un tracollo, ad una devastazione lenta e inevitabile. Anche perché, nonostante un periodo prolungato di bassa crescita, il Paese era tutto sommato riuscito a mantenere la posizione di terza economia mondiale per oltre un decennio.

Alla fine, dunque, la retrocessione della nazione asiatica al quarto posto della classifica delle economie mondiali è in parte un sintomo della testarda debolezza dello yen nei confronti del dollaro. Una contingenza necessaria dovuta al mantenimento dei tassi negativi da parte del Giappone, che potrebbe interrompersi non appena la Bank of Japan cambierà politica. Allo stesso tempo, la debolezza della valuta giapponese, come anticipato, sta anche riducendo il potere d’acquisto dei consumatori e contribuendo all’inflazione attraverso un aumento dei costi di importazione.

Gli ultimi dati riflettono insomma i contorni di un Giappone non a pezzi ma indebolito, e probabilmente si tradurranno in una sua minore presenza economica del nel mondo. Detto altrimenti, il Made In Japan, sinonimo di un prodotto generalista ma di qualità, potrebbe diventare appannaggio di pochi grandi gruppi nipponici. Gli altri dovranno invece accontentarsi di recuperare terreno in patria. Dando un senso alla lealtà aziendale dei salaryman. Gli stessi che continuano a lavorare senza sosta sognando un Giappone prima potenza economica del mondo, non rendendosi conto di essere criceti su una ruota che gira all’infinito. Almeno fino a quando la cicatrice della “bolla” non si rimarginerà per davvero.  

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