In un tempo non troppo lontano, prima che nascessero parole come green economy, upcycling, zero waste o carbon neutrality, i nostri nonni vivevano – inconsapevolmente – secondo principi che oggi definiremmo “circolari”. Senza slogan, senza etichette verdi, senza agende 2030, adottavano comportamenti fondati sul buon senso, sull’ingegno e su una relazione concreta con la natura. Per loro nulla era rifiuto: tutto poteva tornare utile. Un modo di vivere fatto di equilibrio e sobrietà, che oggi ci sembra quasi rivoluzionario.
I resti del pranzo diventavano cibo per le galline, il pane raffermo si trasformava in pangrattato, i vestiti si rattoppavano, e la carta dei giornali trovava mille nuovi usi, dalla pulizia dei vetri alla protezione degli oggetti fragili. Ogni risorsa veniva rispettata, allungandone la vita. Non si parlava di “economia circolare”, la si praticava. Era uno stile di vita, più che una teoria.
Oggi, invece, ne parliamo molto ma la pratichiamo poco. L’economia circolare è diventata una parola chiave di progetti e piani strategici, ma nel nostro vivere quotidiano restiamo fedeli a un modello lineare e dissipativo. Siamo intrappolati in un’illusione di abbondanza, convinti che ogni problema ambientale possa essere risolto “altrove” o “dopo”, a patto che noi possiamo continuare a consumare come sempre.
Questa illusione ha radici profonde. L’economista Kenneth E. Boulding la descrisse con sorprendente lucidità già nel 1966, nel suo celebre saggio intitolato “The Economics of the Coming Spaceship Earth”. In questo testo, Boulding contrapponeva due modelli economici e culturali: l’economia del cowboy e quella dell’astronauta.
Il cowboy incarna un’idea di progresso espansivo, aggressivo, illimitato. Nella sua immaginazione, la frontiera è infinita, le risorse sterminate, la natura qualcosa da conquistare. È un eroe solitario e autosufficiente, convinto di poter sfidare le leggi della fisica e della biologia, con la pistola nella fondina e l’arroganza di chi si crede padrone del mondo. In questo modello, l’ambiente è un deposito da cui attingere senza limiti, e una discarica in cui scaricare senza conseguenze. Il cowboy moderno guida SUV nei centri urbani, cambia smartphone ogni anno, viaggia su voli low cost ogni weekend.
Ma la Terra non è il Far West. Non ci sono nuove praterie da esplorare, né altri pianeti abitabili a cui rivolgerci quando questo sarà esausto. L’umanità – tutta intera – vive dentro una gigantesca navicella spaziale: il pianeta Terra. Ed è qui che entra in gioco la figura dell’astronauta. L’astronauta sa di essere in uno spazio chiuso, finito, fragile. Ogni risorsa a bordo è preziosa. Non si butta via nulla. L’aria viene filtrata, l’acqua riciclata, gli scarti riutilizzati. Ogni scelta ha un impatto. Ogni errore può essere fatale.
Viviamo già da astronauti, anche se ci ostiniamo a comportarci da cowboy. E la prova più evidente è l’Earth Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui l’umanità consuma tutte le risorse che il pianeta è in grado di rigenerare. Quando sono nato, nel 1977, cadeva nel mese di novembre. Eravamo in debito verso la Terra di un solo mese. Ogni anno questa data arriva prima: quest’anno già a luglio. Significa che da quel giorno in poi, viviamo a debito ecologico. Stiamo bruciando capitale naturale invece di vivere di interessi. Un comportamento miope e autolesionista.
L’economia circolare non è una moda. È la presa d’atto che siamo astronauti, non cowboy. Che le risorse vanno rigenerate, non sfruttate. Che la vera innovazione non è consumare di più con meno, ma consumare meno e meglio. Serve un ritorno alla sobrietà intelligente dei nostri nonni, fatta di riparazione, riuso, condivisione, responsabilità. Una sostenibilità vissuta, non dichiarata.
Perché la sostenibilità non ha bisogno di nuovi slogan: ha bisogno di gesti. Di mani che aggiustano, di scelte consapevoli, di un’economia che non viva sulla scorciatoia dell’usa-e-getta, ma sul lungo respiro dell’equilibrio.
Smettiamola di sognarci cowboy liberi in praterie infinite. Iniziamo a vivere come astronauti responsabili su una navicella fragile, bella e insostituibile. La Terra.

