Tra le crescenti tensioni geopolitiche, le guerre commerciali tra Usa e Cina, l’epidemia di coronavirus, l’incognita Brexit e indicatori macroeconomici poco promettenti, il 2020 non lascia intravedere nulla di buono per i mercati globali. Questo, è in sintesi, il quadro dipinto da moltissimi analisti economici e da vari gruppi finanziari per l’anno appena incominciato, sebbene con le dovute sfumature.

Per l’agenzia di rating Moody’s, per esempio, la recente escalation mediorientale seguita all’uccisione del generale iraniani Qassem Soleimani potrebbe produrre pesanti conseguenze anche sui mercati finanziari oltre a fare rimbalzare il prezzo del petrolio.

Leggermente più ottimiste, invece, Fitch Ratings e Morgan Stanley, che nei loro report di dicembre sul “global economic outlook” del 2020 pronosticano una timida stabilizzazione dei mercati, a patto che le tensioni commerciali tra Pechino e Washington possano trovare una soluzione duratura.

La scommessa di Bridgewater e le “anomalie” nei bond

Ma tra i big della finanza c’è addirittura chi, convinto di un crollo dei prezzi delle azioni nei prossimi mesi ha deciso di scommettere miliardi di dollari “contro” i mercati. È il caso del gruppo Bridgewater Associate, il più grande hedge fund del mondo, che lo scorso novembre ha piazzato una scommessa da 1,5 miliardi di dollari sul crollo dei principali indici azionari mondiali entro la primavera del 2020.

Nello specifico Bridgewater ha scommesso su un ribasso dell’indice americano S&P 500 e del pan-europeo Euro Stoxx 50 prima del mese di marzo di quest’anno attraverso l’acquisto di opzioni put, ovvero contratti che danno diritto a vendere azioni a un prezzo specifico (noto come prezzo di strike) entro una certa data, con una “vincita” potenziale di svariati miliardi se le previsioni del gruppo dovessero rivelarsi corrette.

Negli ultimi mesi del 2019, le aspettative pessimistiche nei confronti dell’andamento economico nel 2020 hanno però riguardato anche il mercato obbligazionario di alcune delle maggiori economie mondiali. Basti pensare che sia in Germania sia negli Stati Uniti le curve di rendimento dei rispettivi titoli di Stato, Bund e T-Notes, a breve e lungo termine sono rimaste per diverso tempo invertite o, nel migliore dei casi, piatte, con lo spread tra la maturities a 2 e 10 anni a livelli bassissimi. Un segnale da non sottovalutare, poiché indica che gli investitori valutano un maggior rischio di shock economico nel breve periodo rispetto al lungo termine (normalmente avviene l’esatto contrario), con il rendimento dei bond a breve scadenza che si avvicina o addirittura supera quelli con scadenza più lunga.

La credibilità delle previsioni

Le previsioni periodiche sull’andamento dei mercati azionari sono soggette a moltissime variabili e spesso anche singoli episodi, come nel caso dell’uccisione di Soleimani, possono influire sui pronostici. Per questo c’è anche chi, come il columnist del New York Times Jeff Sommer, sostiene che, proprio a causa dell’imprevedibilità delle variabili su cui poggiano, queste previsioni non debbano essere prese troppo sul serio e, anzi, che siano da considerarsi “totalmente inutili”. Come ha spiegato Sommer:

“Gli analisti stanno formulando previsioni precise su dove sarà il mercato tra 12 mesi e sembrano molto autorevoli. I dati mostrano però che queste previsioni non sono così solide come sembrano”.

Mediamente le previsioni sul generale andamento dei mercati si avverano nel 70% dei casi, mentre tendono a discostarsi molto di più quando si tratta di prevedere in che misura varierà il mercato, con un errore di quasi il 45% rispetto al risultato effettivo.

Secondo il columnist del quotidiano newyorkese, esiste però un modo più affidabile e più semplice per prendere decisioni di investimento, basandosi  non su previsioni “putative” bensì su dati storici a lungo termine sui rendimenti dei mercati azionari e obbligazionari. Il metodo, conosciuto e utilizzato anche da famosi investitori come Warren Buffet e Jack Bogle, prevede la diversificazione del portafoglio di investimenti nel lungo periodo, in modo da compensare il rischio di shock economici come quelli della crisi del 2007-2008.

I dati mostrano infatti che, generalmente, i rendimenti del mercato azionario superano quelli delle obbligazioni per periodi prolungati, sebben le azioni siano caratterizzate da una maggiore volatilità rispetto alle obbligazioni. Nel complesso, comunque, spiega Sommer, “possedere contemporaneamente azioni e obbligazioni ha senso perché esse tendono a compensarsi reciprocamente” mentre sarebbe meglio ignorare completamente delle previsioni di mercato che, a livello pratico, “valgono meno di niente” .

La vera sfida del capitalismo: shareholder VS stakeholder

Oltre alle previsioni economico-finanziarie per l’anno in corso, la vera sfida per i mercati globali, e più in generale per il modello capitalista, sembrerebbe essere quella di trovare il modo di rinnovarsi e affermarsi come un modello sostenibile nel lungo periodo. Una sfida che, non a caso, è stata alla base delle discussioni avvenute nelle ultime settimane a Davos, in Svizzera.

In occasione del suo 50° anniversario, il World Economic Forum ha infatti lanciato il nuovo “Manifesto di Davos”, un insieme di principi etici per guidare le aziende in quella che molti già definiscono la quarta rivoluzione Industriale.

Secondo Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, il modello capitalista si trova oggi di fronte a un bivio cruciale per la sua sopravvivenza, ovvero se favorire il mero interesse dei singoli azionisti (o shareholder) oppure focalizzarsi su quello più ampio degli stakeholder, ovvero di tutti gli attori che partecipano a vario titolo al sistema economico nel suo complesso.

Come ha spiegato in un articolo su Foreign Affairs, “le aziende oggi devono affrontare una scelta esistenziale. O abbracciano con tutto il cuore il capitalismo degli stakeholder e sottoscrivono le responsabilità che ne derivano, prendendo attivamente misure per raggiungere gli obiettivi sociali e ambientali, oppure si attengono a un capitalismo degli azionisti obsoleto che dà la priorità ai profitti a breve termine rispetto a tutto il resto, e aspettano che dipendenti, clienti ed elettori impongano il cambiamento dall’esterno”.

Schwab nota infatti che la nostra impronta ecologica si è estesa “ben oltre ciò che la terra può sostenere”, mentre il modello attuale, basato sulla massimizzazione del profitto promossa dalle teorie di Milton Friedman rischia di crollare poiché non vi è più una crescita inclusiva.

Verso un nuovo modello economico

Come realizzare dunque un sistema capitalistico focalizzato sugli stakeholeder e non più semplicemente sugli shareholder? La risposta secondo il fondatore del Wef arriverebbe dal passato, osservando il sistema economico globale del dopoguerra e, soprattutto, il ruolo svolto al suo interno dai governi, dalle organizzazioni internazionali e più in generale da tutta la società.

In quel modello, infatti, i governi e le aziende partecipavano insieme ad una crescita economica che “armonizzava” gli interessi di tutti gli attori in campo. Oltre a quelli degli azionisti, il sistema economico mirava a tutelare anche gli interessi dei clienti, dei lavoratori, e dei governi stessi in modo da garantire una crescita equilibrata della società.

Col tempo però, l’interesse delle aziende si è sempre più allontanato da quello della società e dello Stato, fino a raggiungere l’enorme divario che vediamo nel mondo di oggi, dove, secondo l’Oxfam, i 26 miliardari poù ricchi del pianeta guadagnano come circa quattro miliardi di persone nella metà più povera del globo, mentre l’ambiente ha subito i danni derivanti da un’attività economica guidata esclusivamente dalla volontà di massimizzare il profitto. A spezzarsi è stato poi anche il legame tra impresa e Stato, con le grandi aziende che oggi delocalizzano o spostano le loro sedi fiscali dove più conviene, mentre i governi si trovano di fronte a nuove sfide sociali ed economiche senza avere le risorse per effettuare nuovi investimenti proprio a causa della mancanza ​​del reddito fiscale necessario.

L’insostenibilità nel lungo periodo di questo modello economico emerge quindi come la vera sfida da affrontare per l’economia globale nel 2020 e, più in generale, per gli anni a venire. Una sfida che va ben oltre alle difficoltà odierne e ai pronostici, più o meno attendibili, degli analisti, e che sembra spingere inevitabilmente verso la necessità di avviare un sostanziale cambiamento all’interno del modello di capitalismo attuale.