Le tre bombe sanitarie della Cina e gli effetti sul petrolio

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La peste suina africana, il nuovo coronavirus e l’influenza viaria: questa trinità di sciagure sanitarie ha letteralmente messo ko la Cina. Se la scorsa estate gli allevamenti cinesi di maiale erano stati falcidiati da un virus trasmissibile solo da animale ad animale ma letale nel 90% dei casi, a cavallo tra il 2019 e il 2020 ci si è messo pure il 2019-n-Cov a rovinare i piani di Pechino, già alle prese con un rallentamento economico da gestire con calma e sangue freddo.

Adesso la calma dovrà essere elevata al quatrato, perché oltre al prezzo della carne suina fuori controllo e all’apocalisse provocata dal coronavirus di Wuhan (con 56 milioni di persone in quarantena, migliaia di pazienti infetti e centinaia di morti), il governo cinese si è trovato a gestire un’emergenza nell’emergenza.

Si tratta dell’influenza aviaria H5N1, che ha costretto le autorità della città di Shaoyang, nella provincia dello Hunan, ad abbattere 17.828 polli. Il motivo è semplice: stando a quanto riferito da China Global Television Network, il focolaio del virus era partito da un allevamento di oltre 7800 polli. La malattia ne aveva uccisi 4500.

Le tre bombe sanitarie della Cina

Le tre piaghe della Cina hanno provocato altrettanti contraccolpi non da poco. La peste suina ha di fatto prosciugato le scorte di carne di maiale, uno dei cibi più mangiati nel Paese; il risultato è stato l’aumento dei prezzi di questo alimento e una frenata dei consumi.

Il coronavirus ha bloccato il motore economico cinese. Pechino ha isolato l’area infetta dello Hubei decretando la quarantena per 56 milioni di persone. Molte aziende, comprese quelle straniere, hanno chiuso bottega fino a data da destinarsi mentre le compagnie aeree globali hanno bloccato i loro scali da e per la Cina. In mezzo a tutto questo le borse locali hanno bruciato miliardi di dollari, interi settori economici si sono paralizzati e le richieste di petrolio da parte del Dragone sono scese bruscamente.

L’aviaria, al momento, non ha raggiunto lo stesso livello di pericolosità della peste suina africana ma è ancora presto per cantare vittoria. Il rischio è un remake di quanto accaduto con la carne di maiale e, in un momento simile, un evento del genere sarebbe un colpo durissimo per l’intera nazione cinese.

Gli effetti sul petrolio

A proposito di petrolio, una nota di Fitch Rating mette in guarda su cosa potrebbe succedere a livello globale a causa del nuovo coronavirus. Non assisteremo solo a un calo della domanda cinese di questa risorsa energetica, ma anche a un suo conseguente surplus.

La nota parla chiaro: “L’epidemia di coronavirus potrebbe frenare la crescita della domanda d petrolio” se il virus dovesse continuare “a diffondersi, portando a un surplus esteso della produzione man mano che cresce in Brasile, Norvegia e Stati Uniti”.

“L’entità del surplus – prosegue Fitch – dipenderà dalla durata dell’epidemia e dalla capacità dei paesi Opec di adeguare i livelli di produzione, se necessario. Prevediamo che i prezzi del petrolio rimarranno altamente volatili nel 2020”. Ricordiamo, leggendo sempre la nota, che la Cina “rappresenta circa il 15% del consumo mondiale di petrolio ed è il principale motore della crescita della domanda globale. Il suo contributo alla crescita del consumo globale è stato in media del 36% negli ultimi cinque anni e avrebbe dovuto essere vicino al 40% nel 2020”.