Il dominio di Re Dollaro non è ancora concluso. E le stablecoin, le valute digitali ancorate a un sottostante concreto, sono la sua ultima frontiera con cui reagire alla sfida valutaria portata avanti alla divisa Usa da valute come lo yuan-remnibi cinese. La quota del biglietto verde negli scambi finanziari globali si ridimensiona? Ecco che a compensare arrivano gli investimenti finanziari degli emittenti di questi nuovi, importanti prodotti. Criptovalute più stabili dei bitcoin perché non speculative e che ancorano il loro valore a quello del sottostante: su 250 miliardi di dollari di asset in circolazione, l’83% oscilla in relazione al dollaro Usa o al debito americano. Cosa succede dunque? Chi emette o acquista stablecoin, con la sua scelta potenzia la finanza Usa. Ne garantisce continuità e proiezione.
Ne è un esempio Tether, società d’investimento famosa in Italia per aver acquisito il 9% della Juventus e guidata da Paolo Ardoino e Giancarlo Devasini, che è diventato il tredicesimo soggetto al mondo, comprese le autorità pubbliche, per debito Usa detenuto. Una rivoluzione è in atto: se le stablecoin si consolideranno come prodotti d’investimento, trascineranno il dollaro per effetto-leva.
Anche il presidente della Consob Paolo Savona di recente, intervenendo in Parlamento alla Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, ha dichiarato che chi può ritrovarsi spiazzata è l’Europa: il risparmio degli italiani può essere drenato con forza perché, ha detto l’economista sardo, “le criptovalute aggirano le norme antiriciclaggio e creano rischi sistemici – ha detto Savona – Dobbiamo rispondere con un euro digitale coperto da garanzia statale e con un safe asset Bce competitivo”.
Savona, nota “Agenzia Nova”, “immagina un euro digitale, privo di interesse ma protetto dallo Stato, da affiancare a un safe asset della Bce che replichi i rendimenti oggi promessi dai token privati; le criptovalute resterebbero appannaggio degli investitori professionali e la vigilanza finanziaria sarebbe separata dalle funzioni di banca centrale per presidiare meglio la stabilità del sistema”. Più italiani investiranno in stablecoin (e più europei), più ci sarà con l’attrazione di un guadagno facile un drenaggio sostanziale di risorse oltre Atlantico, indebolendo il vincolo tra risparmio, sistema finanziari e investimenti e il potere contrattuale dell’euro. A tutto vantaggio di Re Dollaro.
L’allarme di Savona non è isolato. Tutt’altro. L’idea che intimorisce gli operatori è che la finanza privata tiri il gruppo condizionando il sistema pubblico internazionale, sulla scia di leggi americane come il Genius Act che impongono una riserva 1:1 tra emissione di stablecoin e strumenti finanziari Usa per i partecipanti al mercato basati negli Usa. Il Citi Institute prevede che l’aumento dell’offerta di Stablecoin sarà pari a 1.600 miliardi di dollari di asset nel 2030, quasi l’80% del Pil dell’Italia, ed è possibile che questo incremento metterà a rischio la tenuta di molti prodotti d’investimento tradizionali se le rapide transazioni delle stablecoin e l’uso delle criptovalute come sistema di pagamento si intensificherà.
La sfida sarà sulla tempistica: entreranno prima nel circuito le stablecoin di massa o i sistemi di pagamento come le monete digitali di banca centrale (Cbdc) come l’euro digitale di cui molto si parla? E ci saranno stablecoin con valuta di riserva alternativa rispetto al biglietto verde?
Stati come Regno Unito e Corea del Sud sono al lavoro, nota il Financial Times, per “versioni digitali della moneta bancaria commerciale che consentono un regolamento più rapido” così da consolidare sterlina e won “piuttosto che lanciare una valuta digitale della banca centrale”. La sfida è economica, tecnologica, strategica. In un concetto: geoeconomica. C’è in ballo la leadership sul futuro sistema dei pagamenti globale. E anche una fetta importante di sovranità monetaria. Gli Usa guidano la corsa. Ma la partita è apertissima.

