A poco più di un anno dalla più acuta fase di tensione tra lo Stato italiano ed Arcelor-Mittal sul futuro dell’acciaieria di Taranto che in passato ha fatto capo alla Italsider prima e all’Ilva poi il governo e la controparte sono finalmente giunti ad un accordo.

Un anno fa la rimozione dello scudo penale, le minacce di ritiro del gruppo franco-indiano e le incertezze del governo Conte su un piano lungimirante di politica industriale avevano creato incertezze. Ora la “nuova” Ilva frutto dell’accordo tra Governo e ArcelorMittal nascerà paritaria, col 50 per cento a testa, ma a giugno 2022 i rapporti cambieranno con lo Stato che gradualmente diverrà maggioranza grazie al ruolo giocato da Invitalia, la partecipata guidata dal commissario straordinario all’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri.

Le prospettive dell’accordo sono decisamente ambiziose: produzione a regime, nel 2025, a 8 milioni di tonnellate, occupazione garantita, svolta green, riduzione dell’inquinamento. Non si può non accogliere con favore la riapertura di uno spiraglio per una visione di lungo periodo per una città i cui lavoratori troppo spesso erano stati posti di fronte all’infamante alternativa tra esporsi al rischio malattie in un ambiente insalubre e restare disoccupati; non si può non rilevare che siano stati, in ultima istanza, frustrati i propositi più estremi di Arcelor-Mittal, compreso il rischio di esuberi di massa e di un depotenziamento degli altoforni tarantini, e avviato un processo che, nel mondo post-Covid, sarà sempre più frequente, ovvero il ritorno dello Stato nei settori strategici. Alle opportunità si accompagnano però altrettanti fattori di rischio.

In altre parole, prima di dare un giudizio definitivo all’accordo aspettiamo di vedere come il governo Conte II e, in particolare, il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli lavoreranno sul dossier per dare forma a una coerente strategia industriale. Start Magazine ha elencato diversi nodi spinosi su cui l’accordo potrebbe vacillare: il primo è il rischio che, senza una mancata ricapitalizzazione della società che l’Ilva, Am Investco, lo Stato tramite Invitalia finisca per accollarsi pro quota perdite che non ha contribuito a generare.

Da non sottovalutare sono poi i rischi di fraintendimenti riguardo la strategia industriale, dato che Arcelor Mittal si troverebbe di fatto impegnata a promuovere il rilancio di un sito che rischierebbe di fare concorrenza a quelli da lei detenuti in maniera completa, quali i siti  Dunkerque e Fos sur mer in Francia. C’è poi un tema che nella trattativa non è rientrato: il rapporto con l’indotto nel territorio. ” Oggi a Taranto si registrano una incomunicabilità quasi assoluta fra azienda e Istituzioni locali” – scrive su Start il professor Federico Pirro – e rapporti difficili con molte aziende dell’indotto, peraltro bisognose di profonde ristrutturazioni che andrebbero comunque guidate.

La sfida del rilancio della politica industriale è fondamentale per il futuro del Paese. Il vecchio motto di Oscar Sinigaglia, padre della Finsider, secondo cui “senza acciaio non c’è industria” vale oggi più che mai. Industria Italiana ha recentemente dedicato all’acciaio nazionale un ampio speciale, commentando “Bilanci d’Acciaio 2020”, realizzata da Siderweb, una rivista specializzata di settore, e premendo per la realizzazione di una strategia nazionale per l’acciaio italiano. Che non deve più pensare di inseguire sui volumi quantitativi il gigante globale del settore, la Cina (che produce il 51% della produzione globale), ma incentivare la produzione di acciai speciali ad alto valore aggiunto e favorire l’innovazione di settore. Le aziende dell’acciaio che implementeranno, anche grazie agli incentivi nazionali, tecnologie come l’internet delle cose e l’intelligenza artificiale nel quadro della svolta 4.0 “saranno capaci di ottimizzare la gestione delle materie prime, di migliorare gli standard qualitativi e l’efficienza degli impianti. Diventeranno più flessibili, e cioè abili nel venire incontro alla diversificazione di prodotto richiesta dal mercato.  Saranno più resilienti, e questo perché, essendo intelligenti e quindi più capaci di gestire la complessità, potranno reagire positivamente alle turbolenze del mercato”.

Questo vale in particolare per Ilva, ma a livello complessivo per un settore da 60 miliardi di euro annuo di fatturato. Che riceverebbe un’ulteriore spinta da un serio programma di opere pubbliche e da un disegno politico di economia circolare capace di ridurre gli sprechi di materiali, riutilizzare i rottami, riposizionare Roma nelle catene del valore del settore. La sfida è importante e anche decisamente entusiasmante sul profilo politico: nel mondo dell’acciaio, in filigrana, si intravedono rischi e opportunità di un mondo post-Covid che chiamerà in campo tutte le risorse strategiche dello Stato in un contesto sempre più competitivo. Un mondo in cui l’economia reale e l’industria avranno una nuova centralità nei settori decisivi per la competizione tra sistemi-Paese e in cui l’acciaio sarà, dunque, sempre più strategico.

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