La nuova corsa all’oro è stata scatenata dalla crescita delle sanzioni alla Russia da parte dei sistemi politico-finanziari occidentali. Si tratta di una corsa mondiale, ben lontana dal fulgore romantico dei cercatori del Klondike e della California dell’Ottocento, costruita a colpi di carte bollate, manovre finanziarie, speculazioni politiche. Non si cerca con pale e picconi, ma si scava nei caveau.

Il motivo scatenante? Il timore di molti Paesi, rivali attuali e potenziali dell’Occidente, che il precedente del congelamento degli asset all’estero della Banca centrale russa di Elvira Nabiullina, baluardo della resistenza di Mosca alle sanzioni, possa ripetersi in futuro. A cui si aggiunge una spinta strutturale dettata dalla volontà di potenziare il paniere di beni rifugio contro l’inflazione. Lo sottolinea il Financial Times.

Per la prestigiosa testata della City di Londra è interessante sottolineare che “le banche centrali a livello globale hanno effettuato acquisti record di oro nel 2022 e nel primo trimestre di quest’anno, mentre cercavano rifugi sicuri dall’alta inflazione e dalla volatilità dei prezzi delle obbligazioni, secondo un sondaggio condotto dal gestore patrimoniale Invesco tra gli investitori sovrani. Cina e Turchia insieme hanno rappresentato quasi un quinto di questi acquisti” e il dato non è secondario: Pechino appare la principale indiziata di una futura conflittualità geoeconomica a tutto campo con l’Occidente, Ankara è al contempo Paese tartassato dall’alta inflazione, ponte tra Occidente e Russia, Paese che vuole mantenere a tutti i costi la sua sovranità. Ivi compresa quella sugli asset simbolo della ricchezza. Tra i Paesi acquirenti netti con le proprie banche centrali si segnalano anche Singapore, India e Emirati Arabi Uniti.

Presi nel complesso, i cinque Paesi sono i vincitori commerciali ed economici della guerra in Ucraina e delle sue conseguenze, ad esempio come autori di triangolazioni del petrolio russo in uscita dalle sanzioni e che passa, per essere raffinato, sui loro territori. Sull’oro la manovra per evitare congelamenti futuri si somma alla possibilità che la garanzia aurea possa fungere, in futuro, da contropartita per la difesa delle valute e per un’ulteriore, granitica partnership con la stessa Russia. Che – lo ricordiamo – sull’oro ha costruito buona parte della sua strategia di resistenza alle sanzioni in passato.

Di conseguenza, sta calando il numero stimato di tonnellate d’oro detenute dagli Etf, i principali fondi che scambiano oro finanziario, sceso dal record delle 4mila tonnellate del 2022 a circa 3.500. Un valore economico preciso di questi scambi è difficile da quantificare dato che il valore ufficiale delle risorse d’oro detenute dalle banche centrali è un segreto custodito gelosamente, ma la variabile proxy ottimale per capire quanto sta accadendo è il prezzo dei titoli future sull’oro, che a maggio hanno superato i 2mila dollari all’oncia e anche oggi viaggiano attorno ai 1.900-1.950.

Si tratta di una corsa al riacquisto delle banche centrali che ha in particolare come conseguenza un drenaggio di risorse dai forzieri occidentali, come approfondisce il Ft in riferimento alla stessa City di Londra: “le partecipazioni presso la Banca d’Inghilterra, uno dei principali centri di stoccaggio per le istituzioni finanziarie ufficiali a livello globale, sono scivolate del 12% dal loro picco del 2021 a 164 milioni di once all’inizio di giugno”. Il Regno Unito ha – già in passato – mostrato attivamente la capacità di utilizzare la sua sovranità sulla City per sequestrare riserve d’oro a Paesi rivali, come i casi della Russia e del Venezuela dimostrano attivamente.

L’oro torna a essere simbolo di prestigio e garanzia contro sanzioni, inflazione, sfide geoeconomiche. Pur non essendo più sottostante di alcuna valuta, è tuttora un simbolo efficiente del potere economico e della capacità di un sistema-Paese di essere credibile. La nuova corsa all’oro è anche molto propagandistica, richiama al principio del primato della sicurezza sugli affari che in Occidente sta prendendo piede e fuori dai confini del blocco euroatlantico è da tempo legge, mostra quanto la forza dell’immagine della ricchezza abbia valenza in termini politici: su questo fronte, nulla è cambiato dai tempi della prima, ben più rudimentale corsa all’oro.