Il passaggio della pandemia di coronavirus e le conseguenti ripercussioni sull’apparato economico ha spinto nonché obbligato i governi nazionali a modificare il proprio approccio nei confronti delle attività economiche, in modo diffuso a livello mondiale. Mentre negli Stati Uniti si è assistito ad una vera e propria iniezione continua di liquidità sui mercati e mentre in Europa si sono abbandonate le dottrine di austerity per dare spazio alla ripresa, altri Paesi hanno scelto di ribaltare completamente i loro fondamentali, come accaduto nel caso di Cuba.

Nel corso della scorsa settimana, l’Avana ha annunciato la liberalizzazione di quasi duemila settori economici nei quali sarà possibile intraprendere iniziativa privata, senza la concorrenza dello Stato. La misura, volta ad accrescere la ricchezza della popolazione e trascinare il Paese fuori dalla crisi generata dalle maggiori pressioni americane degli scorsi anni è dalla pandemia di coronavirus, ha già assunto toni epocali. E sebbene al momento sia ancora troppo presto per parlare di una completa privatizzazione dell’economia cubana e sebbene per valutare la reale entità degli effetti siano necessari mesi se non anni, questo passo in avanti da parte del governo cubano potrebbe essere il primo segnale che anche a Cuba qualcosa stia cambiando.

L’ultimo pilastro “ideologico” del XX secolo?

Con la caduta del Muro di Berlino e e con la fine (almeno apparente) dello scontro tra l’Occidente e il mondo socialista, il sistema dei blocchi che aveva contraddistinto oltre quarant’anni della nostra storia contemporanea è venuto meno in tutte le aree del mondo. Tutte, ad eccezione appunto dell’isola di Cuba, che ancora sino ai giorni nostri ha portato avanti quello scontro ideologico demarcato dalla chiusura totale degli Stati Uniti (e nei confronti degli Usa) quasi come se per l’Avana la Guerra fredda non fosse mai conclusa.

Se da un lato questo approccio ha contribuito a generare quasi un mito per l’isola anche agli occhi del mondo, dall’altro però ha generato una situazione economica che ormai è divenuta in larga parte insopportabile per la popolazione. Povertà ai massimi storici, difficoltà nell’accedere ai prodotti essenziali a causa dei costi troppo elevati e una sostanziale chiusura al mondo che ha inficiato le sue stesse possibilità di sviluppo. In uno scenario che, adesso, ha reso necessario un drastico cambio di passo e di visioni.

Cuba adesso è “un po’ meno” socialista

Nonostante la possibilità di intraprendere attività d’impresa sia un cambiamento epocale per Cuba, ciò non significa che il sistema socialista cubano sia stato completamente smantellato. Cuba era e rimane un Paese socialista, con l’economia fondamentalmente assoggettata alla pianificazione statale e con una legislazione non favorevole allo stesso sviluppo delle imprese. Da qui a poter parlare di piena libertà economica privata, infatti, la strada è ancora molto lunga.

Tuttavia, questa prima, blanda e graduale apertura (nella misura in cui non si rivelasse solamente un bluff) è forse l’emblema di come la pandemia di coronavirus sia stata in grado di cambiare completamente quelle che erano le nostre certezze sino allo scorso anno. Una linea di demarcazione tra il “prima” e il “dopo”, con anche Cuba che, dovendo fare i conti con la crisi economica, si è dovuta arrendere all’anti-storicità delle dottrine socialiste. Avviando in questo modo un percorso che, un giorno forse nemmeno così lontano nel tempo, potrebbe portare alla caduta di uno dei miti del socialismo del XX secolo.

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