Alla recente riunione lussemburghese dell’Ecofin il ministro dell’Economia italiano Roberto Gualtieri ha annunciato che nella legge di bilancio 2020 sarà inserito il decreto attuativo volto a rendere operativa la tassa sul fatturato dei giganti digitali operanti nel nostro Paese, prevenendo i fenomeni di elusione fiscale in Paesi a fiscalità più vantaggiosa come Olanda, Lussemburgo, Irlanda.
La ratio della norma è chiara: evitare che l’allocazione dei profitti ottenuti online consenta la delocalizzazione fiscale nei posti più convenienti ai giganti del web e, a tal proposito, il governo italiano ha, lo scorso anno, individuato una soluzione nell’imposizione di un’aliquota piatta del 3% ricavi delle imprese con oltre 750 milioni di fatturato di cui almeno 5,5 derivanti da prodotti online. La norma è rimasta inapplicata a causa della mancanza di decreti attuativi, previsti entro il 30 aprile, e avrebbe dovuto rappresentare la premessa di un’analoga norma di respiro europeo.
Gualtieri ora, dunque, promette di rendere esecutiva la digital tax, che però presenta dei profili di debolezza. Per come è strutturata essa, infatti, non colpisce solo i colossi come Facebook, Amazon, Apple e Google, ma anche le imprese impegnate nell’analisi dati, le piattaforme digitali, perfino diversi gruppi editoriali e imprese a guida statale fornitrici di servizi online.
Gualtieri ha auspicato, in ogni caso, l’ampliamento della tassa sul digitale a livello internazionale, promettendo di parlare del tema al G20 finanziario di Washington. Il suo sostegno a una digital tax europea, però, implica l’idea che in futuro possa essere l’Unione, e non l’Italia, a gestirne il gettito. L’eterogenea struttura fiscale dei Paesi dell’Unione e la pervasività del controllo burocratico necessario a rendere realtà tale riscossione rende però poco auspicabile tale eventualità, che garantirebbe un potere di ingerenza e scrutinio eccessivo ai Paesi che controllano le leve del potere di Bruxelles.
Lo stesso vale per la tassa europea sulle transazioni finanziarie speculative che, secondo Ipsoa, in dieci Paesi dell’Ue “potrebbe generare circa 19,6 miliardi di euro (23,5 miliardi di dollari) di entrate annuali. Se, però, la Brexit si trasformasse in un muro contro muro Londra-Bruxelles, la raccolta potrebbe diventare più difficile e complessa”, mentre al contempo aumenterebbe la pervasività dell’influenza delle autorità di controllo sui singoli Paesi.
Sia nel mondo tech che nel settore della finanza speculativa è oramai assodato come a essere risolutive non siano la completa abdicazione al ruolo politico di scrutinio, coordinamento e controllo e lo sdoganamento di sole soluzioni di mercato. Così come è fallace pensare di ridurre il tema al semplice piano fiscale. Gualtieri soffre della sindrome “tecnica” che vede il primato dell’economia sulla politica come un dato di fatto e non ammette alcuna soluzione diversa ai settori più problematici che non sia basata su imposte dirette o indirette. Quella dei “giganti senza tasse” e della finanza speculativa è una sfida da affrontare politicamente rafforzando le autorità di scrutinio degli Stati e coordinando gli sforzi internazionali senza cedere tali prerogative. Serve trovare meccanismi che riconducano a ogni Paese, con certezza, investimenti, valore aggiunto e redditi generati dai settori della tecnologia e della finanza per poi, solo in seguito, lasciare che la fiscalità faccia il proprio corso, anche senza balzelli ad hoc. Invertire i termini dell’operazione cambia completamente il risultato. Le soluzioni di breve respiro di Gualtieri sono perdenti in partenza, oltre che ridotte sul piano finanziario: sono l’analogo fiscale del progetto dei “green bond” con cui il neoministro, illusoriamente, propone di affrontare il finanziamento degli investimenti sostenibili.