Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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La crisi economica seguita alla pandemia di coronavirus rischia di deflagrare definitivamente in Europa qualora al blocco dell’economia reale si unisse una prolungata paralisi del sistema creditizio e finanziario. I governi, nei primi mesi dell’emergenza, sono intervenuti con numerose difficoltà a tamponare l’emergenza e a garantire i prestiti bancari che le imprese necessitavano per decine di miliardi di euro al fine di continuare un’attività ostacolata dai lockdown, dal blocco della produzione e dall’interruzione di flussi e catene del valore.

La partita bancaria risulta, ancor più che in passato, fondamentale per decidere i destini dell’Unione Europea. Sul lungo periodo, sarà impossibile anche per le economie maggiori del continente (Francia, Germania, Italia) garantire la sostenibilità dell’intero tessuto economico, e quindi nei prossimi anni dovranno essere messe in funzione delle strategie volte a evitare che nei punti più fragili del sistema finanziario la congiunzione tra debolezze delle banche e crisi delle imprese inneschi una slavina sistemica.

Non a caso, prima che la crisi pandemica da Coronavirus assumesse i connotati più gravi, la Bce ha rivolto a inizio primavera un avvertimento ai maggiori gruppi bancari europei. La raccomandazione più importante è stata la spinta a destinare gli utili di bilancio al rafforzamento dei mezzi propri degli istituti finanziari, astenendosi dalla loro distribuzione. Tale misura contribuirà certamente ad attenuare nei prossimi mesi ogni impatto negativo sulla situazione patrimoniale delle banche, ma non è sufficiente.

Il primo fronte da tenere d’occhio è quello dei crediti deteriorati, annoso problema più volte oggetto di una severa attenzione da parte delle autorità della Banca centrale europea, che durante il periodo della francese Daniele Nouy fu rivolta in maniera molto spesso esagerata verso le banche italiane. Nel primo trimestre, i crediti inesigibili nell’Unione europea erano pari al 2,9% del totale, ma si ritiene che la massa di Non performing loans possa impennarsi nei prossimi mesi: la crisi del coronavirus ha di fatto messo nel cassetto un’idea controversa della Commissione, ovvero la liberalizzazione del mercato europeo dei crediti deteriorati e portato su toni più ragionevoli la questione sulla loro gestione.

Ad aprile la Bce aveva proposto la creazione di una bad bank comunitaria funzionale a raccogliere e smaltire i titoli deteriorati delle banche comunitarie. Regista dell’operazione, secondo quanto riportato dal Financial Times, è stato il capo del Meccanismo di vigilanza unico dell’Eurotower, l’italiano Andrea Enria. La mossa avrebbe notevolmente ridotto il rischio di mercato e le sofferenze dei sistemi bancari più fragili quale quello del nostro Paese.

Le autorità della Commissione, scrive il Sole 24 Ore, ritengono che “una soluzione europea sia troppo complessa, si chiede chi finanzierebbe la piattaforma comunitaria e se le prevedibili condizioni non bloccherebbero gli ingranaggi. Altri invece notano che il mercato delle sofferenze creditizie è più liquido, più efficiente di prima e sostengono quindi un meccanismo più federale, anche per tentare di mettere sullo stesso piano banche di paesi diversi che hanno costi di finanziamento diversi”. La seconda strada prevista porta nella direzione di una rete europea di bad bank nazionali, simili a quelle costituite dopo la crisi nel 2008 da Spagna, Irlanda e Germania, che misero in campo bad bank supportate dallo Stato.

Questo dovrebbe, per la Commissione, unirsi a una strategia di razionalizzazione dell’applicazione del bail-in, lo strumento di risoluzione delle crisi bancarie basato sull’utilizzo delle risorse proprie degli istituti, considerato estremamente punitivo e penalizzante per le banche che ad esso dovrebbero ricorrere, come insegna il triste caso italiano. I filoni che la Commissione intende seguire sono due, e portano a risultati divergenti: da un lato l’estensione a livello europeo del controllo sui meccanismi di risoluzione non solo delle banche grandi ma anche di quelle medie, fatto però che potrebbe potenzialmente causare errori fatali come quello sul caso italiano di Tercas. L’altro, invece, prevede “è di mantenere i due filoni, con le banche grandi gestite a livello europeo e le banche medie-piccole gestite dai sistemi nazionali di garanzia dei depositi, in maniera però più armonizzata”.

L’Unione e la Bce spingono per un sistema finanziario più solido. E per questo, terzo e ultimo punto, si può ragionevolmente supporre che Bruxelles e Francoforte favoriranno le concentrazioni e le fusioni tra istituti qualora dovessero rafforzare la posizione di singoli Paesi sul piano della capitalizzazione e della capacità di intervento nell’economia. Dall’operazione di Intesa San Paolo su Ubi Banca al più recente caso spagnolo Bankia-Caixa i casi del genere stanno aumentando: le autorità nazionali dovranno sempre verificare che questo vada a beneficio dei depositi e dei correntisti e non si creino “colossi del debito” come quello che era in prospettiva di emersione dopo l’operazione, per fortuna fallita, tra Deutsche Bank e Commerzbank in Germania.

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