Sono ormai quasi giunti ai titoli di coda i tempi in cui le grandi potenze del mondo si contendevano il petrolio stringendo accordi con Paesi terzi, nella maggioranza dei casi in via di sviluppo o appartenenti al cosiddetto Terzo Mondo, per estendere le rispettive influenze su aree geografiche ricche di Oro Nero. Una risorsa nascosta, dormiente sotto spessi strati di roccia ed estraibile soltanto con macchinari moderni, spesso fuori dalla portata dei disastrati governi locali. Dimenticatevi l’era dell’Oro Nero perché stiamo per entrare nell’era delle Terre Rare (Rare Earth Elements, REE: qui abbiamo spigato nel dettaglio che cosa sono e perché sono così importanti). Certo, il petrolio continuerà ad essere una risorsa appetibile, ma molto meno rispetto al passato. Ne sanno qualcosa Stati Uniti e Cina, i due principali attori protagonisti pronti a spartirsi gli hub strategici dell’Africa, nuovo campo di battaglia per il controllo dell’economia futura.

Se la presenza cinese nel Continente Nero è andata consolidandosi a partire dai primi anni Duemila, quella americana ha gettato al vento un vantaggio notevole – figlio di varie attività militari consumate nella regione – accumulato nel corso del ‘900. Soltanto negli ultimi anni Washington è tornata a considerare l’Africa un terreno di scontro veramente strategico, e lo ha fatto a causa della frenetica attività di Pechino nell’intero continente. La Belt and Road Initiative, declinata nella sua versione africana, ha semplicemente accelerato processi in corso da anni, definendo progetti altamente strategici quali la creazione di infrastrutture, città, gasdotti e oleodotti. Ma il grande business della Cina si chiama Terre Rare, considerate da Xi Jinping una risorsa strategica. Il Partito Comunista Cinese ha addirittura inasprito le normative su questi materiali pubblicando sette pagine di progetti di legge intenzionati a rafforzare la regolamentazione dell’industria delle Terre Rare del Paese. Tra i temi toccati: la proposta di un processo di approvazione più rigoroso per i progetti di estrazione e lavorazione dei REE, nonché della loro importazione ed esportazione.

Dal 2018 in poi la Cina ha assunto il ruolo di importatrice netta di Terre Rare, anche se recentemente ha iniziato a lottare per soddisfare i propri bisogni interni, in continua crescita (basti pensare che nel 2010 le esportazioni cinesi di REE sono scese al minimo degli ultimi cinque anni). In ogni caso, come ha sottolineato Ispi, questo mercato è dominato dal Dragone, in grado di produrre circa il 60% delle Terre Rare mondiali e lavorare e raffinarne quasi l’80%. Non solo: Pechino è anche il perno centrale nella catena di approvvigionamento di REE globale. L’80% delle importazioni degli Stati Uniti e addirittura il 98% di quelle dell’Unione europea dipendono niente meno che dalla Cina. Che, non a caso, ha più volte paventato l’ipotesi di tagliare le esportazioni delle Terre Rare come arma commerciale. Considerando che, a detta degli esperti, la domanda di REE aumenterà di pari passo con la crescita del mercato dei veicoli elettrici, è facile intuire perché il gigante asiatico stia facendo preoccupare Stati Uniti ed Europa.

Pechino e le risorse strategiche in Africa

Da questo punto di vista, se è vero che l’Africa ha l’enorme occasione di emergere come regione di produzione chiave, è altrettanto vero che il Continente Nero rischia di trasformarsi ancor di più in terreno fertile di battaglia economiche e conquista straniera. È pressoché impossibile mappare ogni singola area della regione, ma i più importanti giacimenti di Terre Rare si trovano nelle nazioni africane orientali e meridionali: Sudafrica, Kenya, Madagascar, Malawi, Namibia, Tanzania, Mozambico, Burundi e Zambia. Attraverso l’adozione di molteplici iniziative, avviate dal 2006 al 2021, le compagnie minerarie cinesi hanno investito qualcosa come 36 miliardi di dollari soltanto nell’Africa sub-sahariana e non intendono ancora fermarsi.

Giusto per fare un esempio emblematico di come la Cina abbia messo nel mirino le risorse strategiche del futuro, possiamo citare quanto avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo. Qui è situato il 60% delle riserve globali di cobalto, non una Terra Rara ma un materiale pur sempre appartenente alla famiglia dei cosiddetti “minerali critici”. Assieme ai REE, insomma, il cobalto è un ingrediente base per la batteria agli ioni di litio. Ebbene, grazie ai progetti realizzati proprio nella Repubblica Democratica del Congo, la Cina controlla il 72% della capacità mondiale di raffinazione del cobalto.

In generale, l’Africa svolge un ruolo fondamentale nella fornitura di minerali chiave per l’economia cinese, come il manganese presente per lo più in Gabon, Sudafrica e Ghana. L’Africa sub-sahariana, oltre al cobalto, è invece un importante fornitore di legname (Gabon, Repubblica del Congo e Camerun) e cromo (Sudafrica, Madagascar e Sudan), che rappresentano circa un settimo dell’importazione globale della Cina. Passo dopo passo, un’operazione commerciale dietro l’altra, così Pechino si è assicurata il controllo delle risorse del future.

La “fame” di terre rare degli Stati Uniti

Il post pandemia in occidente a livello industriale ha provocato un brusco risveglio: nel bel mezzo della crescita successiva alla fine dei lockdown, l’intera economia di Usa ed Europa rischia di impantanarsi a causa della carenza di chip. Mancano i semiconduttori e le materie prime per far uscire dalle fabbriche alcuni dei prodotti più richiesti dal mercato. La ripartenza ha coinciso con un repentino aumento della domanda a cui non ha fatto seguito un consequenziale livellamento dell’offerta. Questo perché la Cina, da cui come detto l’occidente dipende per questo tipo di materie, è ripartita prima e sta pensando in primo luogo a soddisfare il mercato interno. Inoltre nel corso degli anni non sono state create riserve ampie di terre rare tali da poter sopperire ad eventuali crisi, come quelle di questi mesi.

In poche parole, l’occidente e in primo luogo gli Stati Uniti si stanno scoprendo ancora più vulnerabili. Da Washington si sta cercando di ridurre in tempi brevi la dipendenza da Pechino. Non a caso sono in corso trattative per nuovi stabilimenti della Intel, la principale azienda statunitense del settore, anche in Europa. Almeno due nuovi sedi dovrebbero sorgere nel Vecchio Continente, una di queste in Italia con il benestare del presidente del consiglio Mario Draghi. Segno di come Usa e Ue vogliano provare una via autonoma sulle terre rare e sulla raffinazione delle nuove vitali materie prime del XXI secolo.

La necessità di Washington di recuperare il terreno perduto in Africa

Il vero problema per gli Stati Uniti però è andare a pescare le terre rare all’estero. Per una politica all’insegna dell’autonomia nel mercato internazionale, è necessario garantirsi forniture proprie soprattutto dal continente africano. Nel 2019, con l’amministrazione Trump ancora al potere, il dipartimento della Difesa ha avviato formalmente le trattative con i governo di Malawi e Burundi per lo sviluppo di importanti progetti minerari. Trattative sono in essere anche con altri Paesi. La carenza di chip post pandemia ha dato un importante impulso alla strategia Usa, assodato che anche l’amministrazione Biden ha tra gli obiettivi una maggiore autonomia nell’approvvigionamento delle terre rare.

Potrebbe andare in questa direzione anche l’ultima missione avviata dagli Usa, quella cioè nella Repubblica Democratica del Congo. Qui Washington è intervenuta inviando propri esperti militari a sostegno delle autorità locali nella martoriata regione del North Kivu, sempre più al centro delle attività terroristiche di matrice islamista. Un modo per rimettere piede in Africa e nella regione del continente più ricca di cobalto e altre materie prime indispensabili.

Gli Usa, nell’affannosa rincorsa all’autonomia sulle terre rare, potrebbero contare poi su un vantaggio. Quello di vedere altri alleati di nuovo in pista in Africa per prendere ulteriori risorse. È il caso di Australia e Giappone, due Paesi essenziali per Washington nell’ottica della strategia del contenimento cinese. Il governo di Canberra ha dato il benestare a due società australiane per sviluppare il Ngualla Mining Project e il Makuutu Project. Si tratta di due progetti da attuare rispettivamente in Tanzania e Malawi per lo sfruttamento di alcuni importanti giacimenti di terre rare in questi Paesi. Tokyo invece sta puntando su Sudafrica e Namibia. Anche qui, tramite la Japan Oil Gas & Metals Corporation, a breve partiranno progetti di sfruttamento delle miniere.

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