I mesi della pandemia di coronavirus, determinando un cospicuo incremento dell’azione di stimolo monetario della Banca centrale europea, hanno contribuito a smontare, si spera definitivamente, numerosi miti sullo spread, il differenziale di rendimento tra i Btp italiani e il Bund tedesco. Ogni discorso sul tonfo dell’economia reale italiana ed europea, ogni questione di ordine politico (così spesso associate alle fiammate dello spread nel passato) e ogni altro dibattito scompare di fronte alla semplice realtà dei fatti: o spread non è un atto divino o un fenomeno naturale, ma è determinato in primis dalla Banca centrale europea e dalla sua azione di acquisto (o non acquisto) dei titoli dei Paesi dell’Eurozona.

Tra il “mini-Qe” lanciato prima della pandemia e il Pandemic Emergency Purchase Program (Pepp) varato dall’Eurotower dopo i disastri delle prime settimane di gestione finanziaria da parte di Christine Lagarde la Bce ha occupato il centro della scena mettendo sul piatto circa 1.350 miliardi di euro e ampliando gradualmente le maglie delle sue politiche: l’Eurotower ha chiarito che per questi acquisti la banca centrale non applicherà i limiti auto-imposti sugli emittenti, fissati al 33% del debito pubblico di un singolo Paese o di una singola emissione; ha annunciato che acquisterà anche titoli valutati dalle agenzie di rating come “spazzatura”; ha infine fatto pressione sulla Commissione europea per avere un “Recovery Fund” permanente.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’intervento massiccio della Bce ha favorito una grande convergenza tra i rendimenti dei titoli in tutta Europa e ha sostenuto con particolare forza quei Paesi, come l’Italia, che avevano maggiori difficoltà a finanziarsi a tassi favorevoli. Lo schermo Bce, nel nostro Paese, ha favorito il boom di domanda per i Btp, che il Tesoro di Roberto Gualtieri non si è premurato di sostenere adeguatamente. Anche di fronte a un tonfo del Pil previsto tra il 9 e il 10% e a un deficit di 178 miliardi l’Italia ha visto lo spread assestarsi stabilmente tra i 120 e i 140 punti, meno della metà delle fiammate di inizio primavera.

L’analista finanziario Guido Salerno Aletta, tra i più attenti osservatori di queste dinamiche, ha segnalato su Teleborsa i numeri della manovra Bce riguardante l’Italia. “Nel caso dell’Italia, sono stati effettuati acquisti netti di titoli di Stato per 142,8 miliardi: 47,6 miliardi” nell’ambito del Public Sector Purchase Programm, l’erede del quantitative easing di Draghi, “nel periodo gennaio-settembre 2020; 95,2 miliardi di euro nell’ambito del Pepp nel periodo marzo-settembre 2020. Visto che le emissioni del Tesoro italiano sono ammontate finora a 168 miliardi, il mercato ha dovuto coprire appena 25,3 miliardi di emissioni nette, meno dei 29 miliardi dell’intero 2019”. Magie a Francoforte, chiosa Salerno Aletta: entra in campo la Bce e lo spread non diventa più una questione di discussione.

La realtà è che questo fatto non deve stupirci, così come non deve destare sorpesa il fatto che il rendimento dei titoli di Stato italiani scenda e, in alcuni casi raggiunga i minimi storici. Lo ha fatto il Btp trentennale che a fine settembre si è abbassato fino all’1,75%. Discorso simile per il Btp decennale che oscilla tra lo 0,80% e il 0,90%, mentre resta negativo il rendimento dei 2 anni.

Di fronte a questa novità, risulta incomprensibile come Gualtieri abbia potuto, nelle scorse settimane, parlare di un possibile rischio alla tenuta delle casse dello Stato in autunno. Il problema non è tanto la questione della ricerca di finanziamenti, che con la sponda Bce abbonderanno, ma piuttosto la capacità di usarli al meglio valorizzando il deficit nazionale e, soprattutto, di uscire dalla spirale di dipendenza dall’aumento del sostegno monetario delle banche centrali. I deficit da Qe, infatti, molto spesso non arrivano all’economia reale ma si perdono nei rivoli del gioco finanziario o restano a languire inutilizzati, come l’esplosione di disponibilità delle casse del Tesoro nell’ora più buia della crisi economica testimonia. Tale contesto favorevole va sfruttato: ma il governo Conte II, sino ad ora, non ha dimostrato adeguate capacità politiche od organizzative per farlo. Quando lo spirito unitario dell’intervento Bce verrà meno, è bene ricordarlo, lo spread potrebbe tornare ad essere un’arma o un problema politico. Il tempo per sfruttare questa finestra positiva non è infinito.

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