Da un pò di tempo Boris Johnson sembra aver perso il suo tocco magico. L’ultimo sondaggio formulato da YouGov è foriero di brutte notizie per il governo: il 42% delle persone intervistate disapprova il suo operato quando, solo ad inizio maggio, a sostenerlo era almeno il 44%, percentuale oggi scesa al 39%.

A pesare è il triste primato che la Gran Bretagna si è guadagnata scalando la classifica mondiale di mortalità dovuta ad una fallimentare gestione del coronavirus.

BoJo ultimamente è scomparso dai radar, non partecipa più ai briefing quotidiani di Downing Street per fare il punto sulla disastrosa situazione della pandemia e tutti gli indizi fanno pensare che si stia preparando a calare l’asso. Su un’altra partita, però.

Si fanno infatti sempre più insistenti le voci che lo vorrebbero di nuovo impegnato a riaccendere i riflettori sulla vera e unica grande scommessa alla quale il suo nome ha legato il suo progressivo successo: la Brexit.

Se lo stile ironico ed ottimista del primo ministro non  basta più per riscattarsi dalla debacle del suo governo, a questo punto, per risalire la china e riaccendere un Paese annichilito dal dolore, rimane solo una carta da giocare: l’uscita dall’Europa  a tutti i costi.

Bisogna dare agli inglesi la Brexit e bisogna farlo dando prova di forza e determinazione, la strategia e se non si fanno accordi tanto meglio, perché a Bruxelles non vanno fatti sconti.

Vincere sulla Brexit per dimenticare il Covid-19 

In una stagione nella quale i paragoni con i grandi leader del passato si sprecano, mettendo per una volta da parte Winston Churchill, il professor Steven McCabe del Centre for Brexit Studies di Birmingham sceglie dal mazzo un altro protagonista della storia britannica: Margaret Thatcher. La Lady di Ferro, eletta nel 1979 nonostante i molti avversari, anche interni, si guadagnò questo appellativo grazie a scelte coraggiose quanto rischiose. Tra queste, la determinata volontà di condurre una guerra che costò al Regno Unito morti e feriti, ricorda McCabe, ma che la consacrò grazie alla vittoria finale.

Le isole Falklands, fino a quel giorno sconosciute al mondo, misero un sigillo sulla sua leadership proprio perché, nonostante fosse stata da tutti sconsigliata a proseguire su quella strada, Thatcher mostrò di avere ciò che serviva al ruolo: attributi e fortuna.

Nessuno oggi può sapere come lei avrebbe gestito l’affaire Brexit, certo è che Boris Johnson si trova ad un bivio che potrà dimostrare se sarà stato un Leader di Ferro o solo un grande bluff.

Ed è proprio in virtù della sua storia che, in un momento di così grande difficoltà, trasformare la Brexit nella nuova battaglia del Regno Unito, potrebbe aiutarlo a riaccende gli animi e riconquistare la sua popolarità; costi quel che costi e il prezzo pare essere già scritto e si chiama No Deal.

L’uscita senza accordo, che accontenterebbe una grande parte dei suoi elettori e degli eletti nelle file della maggioranza e troverebbe nel Coronavirus un’alibi per essere giustificata, sarebbe la chiave di volta per uscire dall’angolo.

Dopo la sconfitta sulla gestione della pandemia, serve un altro avversario e l’Europa ha il profilo giusto.

I preparativi per il no deal

Che le negoziazioni con il mediatore europeo Michel Barnier non stiano andando bene è cosa nota. Intervistato da BBC Radio, David Davis, ex delegato alla Brexit, racconta di un alterco nel quale l’ex ministro francese, inaspettatamente, avrebbe addirittura perso le staffe. Uno sbandamento che non sarebbe mai accaduto prima, commenta Davis, sottolineando anche quanto sia difficile condurre trattative così complesse attraverso telefonate e video conferenze. Il risultato è che a metà tragitto – le trattative vanno concluse entro il 31 Dicembre – non ci sono progressi.

Bruxelles è convinta che dietro l’inamovibile approccio dei britannici, classificato come “ideologico”, si nasconda la mancanza di un vero interesse per la chiusura dell’accordo.

Il rammarico è ben espresso dalle parole del Commissario europeo al Commercio Phil Hogan al canale televisivo irlandese RTE. “I politici del Regno Unito – ha riferito Hogan – hanno deciso che il Coronavirus dovrà essere ritenuto responsabile di tutte le ricadute che avrà la Brexit, il che renderà inutile portare avanti le negoziazioni”.

Naturalmente, non si è fatta attendere la risposta da parte di Downing Street che ha rispedito al mittente accuse ed insinuazioni rilanciando che sarebbe invece l’Europa a non tenere presente che dal 1 Gennaio di quest’anno, il Regno Unito se n’è andato diventando uno stato indipendente e che come tale pretende di essere trattato.

Insomma, nel gioco delle parti, David Frost, il delegato inglese, alzerebbe la posta col ruolo del “poliziotto cattivo” mentre, con i suoi modi già visti all’opera lo scorso anno, BoJo entrerebbe in azione – presumibilmente a metà giugno quando dovrebbe incontrare direttamente Ursula Von der Leyen – per superare l’impasse nella parte del “poliziotto buono” che però non farà sconti.

Già capace di grandi capriole, Johnson, dopo aver criticato a abbandonato il governo di Theresa May in contrasto con le sue scelte nelle trattative con l’Europa, un anno fa tornò a casa con un accordo fotocopia del precedente, cambiando solo qualche manciata di pagine ma introducendo il grande tradimento del Backstop al confine irlandese, lo stesso sul quale oggi il suo governo pare stia scendendo a più miti consigli. Insomma, un politico dal quale ci si può aspettare qualunque cosa, soprattutto che faccia saltare il banco dando tutta la responsabilità all’avversario.

Ma lasciando Bruxelles e tornando in patria, a dimostrare come il vento stia cambiando, ci sarebbero le grandi manovre in atto a palazzo.

Un articolo pubblicato dal Sunday Times, riferisce la testimonianza di alcuni esponenti di rilievo del governo secondo i quali il Regno Unito si starebbe già preparando per una uscita senza accordo, il No Deal. 

Di più, la Gran Bretagna sarebbe già pronta ad interrompere ogni tentativo di dialogo con l’UE di qui a qualche mese, a meno che Bruxelles non cominci a fare qualche concessione significativa. Michael Gove, colui che guida le operazioni per la Brexit, avrebbe iniziato a riunire regolarmente la commissione ad hoc per lavorare all’ipotesi sempre più concreta di un’uscita forzata.

Con lo scoppio della pandemia, InsideOver aveva raccontato di come gli uffici preposti alla Brexit fossero stati chiusi per dirottare il personale alla gestione dell’emergenza sanitaria. Con un contrordine, da qualche tempo, gli addetti stanno riprendendo posizione, gli uffici sono tornati operativi e si lavora a tempo pieno sui preparativi per l’addio all’Europa con la Hard Brexit da molti invocata.

Il nuovo scenario minerà la strategia del governo?

Da due mesi e mezzo i britannici, con cadenza settimanale, battono le mani per un minuto di tributo agli sforzi profusi dal loro NHS, il sistema sanitario nazionale che sta cercando di affrontare l’emergenza; così come per tutti coloro che lavorano nei supermercati, nelle pulizie e nei comparti che non si sono mai fermati.

Tutti settori composti prevalentemente da stranieri, gli stessi che sono stati le vittime predilette della comunicazione pro Brexit che puntava il dito proprio contro l’immigrazione.

Ma non solo; adesso, complice il lockdown che ha paralizzato il mondo, nel Regno Unito scarseggia la forza lavoro che nei campi sostiene la stagione della raccolta. Una scarsità che sarà cronica nel momento in cui la selezione all’ingresso chiuderà le porte alla libera circolazione dei lavoratori stagionali in arrivo soprattutto dai Paesi dell’Est Europa e che oggi ha spinto il Principe Carlo in persona a sostenere la campagna che chiede ai britannici di dare una mano nei campi.

Sul tema immigrazione, cuore della battaglia per la Brexit, adesso pende anche l’ultimo manifesto pubblicato dal discusso ministro dell’Interno Priti Patel che celebra il suo Immigration Bill con uno slogan rocambolesco: “Stiamo finalmente chiudendo al libero movimento per aprire la Gran Bretagna”. E conclude: “Assicureremo l’ingresso a chi avrà le capacità necessarie indipendentemente dal paese di provenienza”.

Guy Verhofstadt, rappresentante del Parlamento europeo nei negoziati per la Brexit, ha commentato ironico: “Scoop, la Gran Bretagna è il primo paese nella storia del mondo che, per aprire, chiude il ponte lavatoio. Purtroppo – l’amara chiosa – la triste realtà è meno libertà e meno opportunità sia per gli europei del continente che per i britannici. Ci perdono tutti”.

Gli scenari che il coronavirus sta facendo dunque emergere con più chiarezza cambieranno le cose, indeboliranno la forza dirompente del messaggio della Brexit?

Per trovare una risposta si potrebbe guardare alla strategia adottata dall’opposizione oggi guidata dall’avvocato Sir Keir Starmer che su questo terreno minato ancora non interviene.

Da sempre contrario al divorzio dall’Ue, interpellato sul tema ha chiarito che non intende fare opposizione alla decisione ormai presa, se ci sarà un accordo, sia beninteso.

La posta in gioco è molto alta, ma se le cose andranno male, Keir Starmer, che ha già dimostrato di saper mettere in difficoltà l’avversario con la freddezza dello stile forense britannico, a quel punto affilerà le armi e certo non darà la responsabilità dell’eventuale fallimento alla pandemia.

Prossimità geografica e interdipendenza economica

Il Regno Unito sta cercando di ottenere un Free Trade Deal, un accordo di libero scambio sulla falsa riga di quello che l’Europa ha sottoscritto con Canada e Giappone. Il problema è che qui non si tratta di negoziare con uno stato “terzo” arrivato da lontano, senza storia alle spalle, né accordi pregressi.

L’ambizione degli inglesi è quella di avere un confronto tra due entità sovrane che stiano allo stesso livello, sperando di cancellare il passato e cercando di fare accettare all’Europa le sue variazioni sul tema.
La risposta di Bruxelles è: non se ne parla.

Come si possono ignorare tutte le relazioni politico-economiche costruite negli ultimi 50 anni?

Per giunta, qualsiasi accordo dovesse mai essere raggiunto sarà sempre oggetto di adeguamenti e revisioni futuri e la logica usata con gli altri stati “terzi”, per l’eccezionalità storica e la vicinanza geografica del Regno Unito non può considerarsi ripetibile.

L’accordo invocato dagli inglesi pretende l’eliminazione delle tariffe e delle quote così come avviene per la Corea del Sud e per il Giappone e contestualmente, una eccezione su aspetti come le regole per la pesca, l’applicazione delle leggi e sulle aree tecniche che riguardano aviazione, energia e cooperazione sul nucleare.

In concreto: sì allo stile canadese ma con deroghe legate alla libera circolazione per i viaggi brevi, al mantenimento delle stesse regole su interconnessioni elettriche, sul riconoscimento delle qualifiche professionali che permetterebbero ad avvocati, revisori dei conti e commercialisti inglesi di lavorare liberamente in Europa.

Per non parlare della questione della pesca sulla quale il Regno Unito combatte per riappropriarsi delle sue acque limitando i pescatori europei e ridando alla Scozia ampio potere in quello che è uno dei settori che, l’ingresso nell’Ue, ha più penalizzato. In un colpo solo Johnson spera così di spegnere le ambizioni secessioniste da parte della leader scozzese Nicola Sturgeon che, forte di un voto che nel 2016 si era schierato contro la Brexit, non ha mai perso la speranza di fare un nuovo referendum per uscire dal Regno Unito e restare in Europa.

Per concludere, la Gran Bretagna pretenderebbe una collaborazione atta a garantirle il mantenimento del controllo sulle sue leggi e sulla sua politica delle regole, progetto che Michel Barnier, facendo muro, ha paragonato ad una sorta di raccolta delle ciliegie che sceglie e seleziona solo ciò che più aggrada.

Il punto è che adesso Johnson è pronto a forzare la mano, anzi, per molti il No Deal è sempre stato il suo vero obiettivo sostenuto dai suoi più spregiudicati seguaci.

Protezionismo e isolazionismo

L’Ue sa perfettamente che dopo il divorzio, Oltremanica, di fatto sulla porta di casa,  si ritroverà davanti un temibile concorrente che, senza una condivisione di intenti sui diritti dei lavoratori, sulle regole ambientali, sulla tassazione e su sgravi e sussidi statali per le imprese, potrebbe diventare pericolosamente attrattivo.

Poi, oggi ci si è messo di mezzo l’impatto del virus che ha dato il colpo di grazia distruggendo imprese a cancellando posti di lavoro a tutte le latitudini.

Steven McCabe, come altri analisti, ritiene che la ripresa non sarà a V, non mostrerà una impennata veloce, al contrario richiederà molto tempo, la disoccupazione potrà diventare endemica e il protezionismo, l’isolazionismo sembreranno risposte inevitabili agli occhi di molti.

Il problema, conclude il ragionamento l’economista della Birmingham University, è che la storia insegna che questa strada conduce verso conflittualità spesso pericolose.

L’ipotesi di una Brexit dura, con accordi stile WTO con l’Ue, secondo molti critici finirebbe per danneggiare la Gran Bretagna. Il problema, ricorda McCabe è l’incertezza che la crisi da coronavirus ha portato con sé e che avrà conseguenze drammatiche e imponderabili sull’economia.

Se la situazione era già complessa prima, oggi risulta pesantemente aggravata. La Gran Bretagna dovrà affrontare una forte recessione, per dirla con le parole del Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak che da mesi stacca assegni per salvare il salvabile.

La crescita esponenziale della disoccupazione potrebbe raggiungere e scavalcare quota 20% se non si supera velocemente questa fase. Lo stato sta pagando e finanziando generosamente imprese e lavoratori ma questa politica condurrà inevitabilmente ad un aumento delle tasse che servirà a ripagare i debiti contratti dal combinato disposto di pandemia, da una parte e di una ipotetica Hard Brexit dall’altra.

Immaginare una via d’uscita attraverso rapporti commerciali privilegiati con paesi lontani, scommettendo sull’isolazionismo nei confronti di quelli di prossimità, per effetto di scelte ideologiche, potrebbe essere l’ultimo grande azzardo al quale Boris Johnson intende esporre il suo Paese.

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