Il 2020 si avvia alla conclusione e con l’anno della pandemia di Covid-19 ci si prepara a dire addio a uno degli anni più drastici anche per gli indicatori economici italiani. Il sistema-Paese prevede un crollo del Pil in doppia cifra che si unisce a un costo in termini di vite umane della pandemia senza paragoni in rapporto alla popolazione tra i Paesi più sviluppati della Terra.

Da marzo ad oggi, con grande difficoltà e in maniera molto spesso contraddittoria, il governo italiano ha messo in campo un’eterogenea serie di misure volte a lenire i costi economici delle misure restrittive, a compensare le perdite e a tutelare l’occupazione. Dalle garanzie ai prestiti targate Sace al blocco dei licenziamenti, passando per i più recenti ristori, troppo spesso queste misure si sono ritrovate confusionarie e ridotte nell’importo e la “potenza di fuoco” promessa da Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri non si è manifestata. Fatto sta, però, che l’equilibrio “situazionista” venutosi a creare ha fatto sì che moltissime imprese e centinaia di migliaia di lavoratori vedessero “congelata” la loro situazione nel corso dell’anno solare.

A portare il Pil verso il basso, in particolare, la grave ondata che ha colpito il cuore produttivo del Paese, situato tra Lombardia e Veneto, in primavera. Assolombarda e i suoi studi sottolineano che alla fine dell’anno il prodotto interno lordo italiano sarà in flessione del 9,6% e quello lombardo del 10,2%, mentre il Veneto si aspetta un -9%. Secondo l’analisi di ottobre sui settori industriali italiani, realizzata da Prometeia e Intesa Sanpaolo, inoltre, il calo complessivo del Pil manifatturiero si attesta attorno al -14%, con picchi nell’automotive (-26,8%) e nella moda (-25,4%), e tonfi notevoli (-18,5%) per meccanica e mobili.

Confesercenti ritiene plausibili una distruzione di valore di 33 miliardi su 86 generati nel 2019 dal settore dei bar e della ristorazione, e picchi di -75/-80% degli incassi sono stati registrati in quegli esercizi attivi nei centri delle grandi città svuotati dalla diffusione dello smart working. Infine, come sottolinea Il Sussidiario, “l’ultimo report elaborato da Isnart-Unioncamere conferma ancora una volta che il turismo è il comparto più colpito dalla crisi pandemica: il 2020 chiude con 53 miliardi di euro in meno rispetto al 2019, contrazione dovuta principalmente alla riduzione di turisti internazionali in tutto l’arco dell’anno e che nei mesi estivi ha superato il 60%”.

La ripartenza si presuppone estremamente difficile e complessa e assai lunga nella sua strutturazione. Nei prossimi mesi il sistema produttivo italiano e il mondo delle imprese non manifattturiere saranno gravati da diversi problemi comuni e trasversali. Ne abbiamo individuati almeno cinque:

  • La prospettiva di una fine dei prestiti garantiti a bassissimo tasso d’interesse e dell’inizio del processo di restituzione.
  • La fine del blocco dei licenziamenti e la probabile partenza di una vera e propria catastrofe occupazionale.
  • Le incertezze di un mercato interno gravato economicamente e psicologicamente dalla crescente incertezza.
  • La “de-globalizzazione” dei settori non digitalizzati, che assisteranno allo sconvolgimento delle catene del valore e a un’incerta ripresa dei movimenti umani a fini turistici.
  • La sostanziale disorganizzazione della risposta economica del governo italiano.

Questa serie di circostanze porterà a una moria di imprese se la ripartenza farà venire drasticamente meno i sostegni pubblici a quelle attività che, per ragioni strutturali o per la pandemia, non sono più in grado di stare sul mercato. E a una distruzione di posti di lavoro ben maggiore di quella operata dall’anno della pandemia (che ha tolto all’economia italiana 420mila jobs). Il virus ha funto da acceleratore anche per le situazioni di criticità. “Se la pandemia ha avuto un impatto significativo sulle imprese sane, a maggior ragione lo ha avuto sulle imprese già in difficoltà che dunque, più delle prime, hanno bisogno di un supporto, soprattutto laddove la pandemia si è verificata all’inizio di un percorso di risanamento o di ristrutturazione”, fa notare StartMag, sottolineado che “ciò che realmente serve all’impresa in crisi è la possibilità di avviare un procedimento rapido, non burocratizzato che, mediante l’applicazione di normativa chiara e semplice, raggiunga gli obiettivi del risanamento anche attraverso il riconoscimento della legittimità di convenzioni con i creditori”.

In sostanza presto il Legislatore dovrà porsi il quesito di come evitare che fallimenti a cascata di imprese decotte assalite dai creditori pre-Covid e dagli oneri legati alla pandemia trascinino a terra il sistema produttivo eliminando gli attori tenuti artificialmente in vita dal sostegno anti-pandemico. Questo per via dei cinque fattori ineludibili per ogni impresa nella programmazione del futuro post-Covid, che si fanno più urgenti e più pressanti per gli operatori in difficoltà. Specie se nuovi lockdown dovessero rendersi necessari, richiamando l’urgenza di arrestare il “cigno nero” per eccellenza: una crisi di liquidità connessa all’interruzione dei flussi di cassa da attività operativa. Che senza il sostegno pubblico, rivelatosi troppo spesso solo un paravento perchè non inserito in un piano politico di lungo termine, può travolgere imprese e lavoratori.