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Telecom Italia è, nuovamente, al bivio per il suo futuro. Nei giorni scorsi due scenari hanno condizionato l’evoluzione dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Da un lato, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha formalizzato l’acquisto in sinergia con l’operatore di rete italiano Retelit di Sparkle, la strategica azienda del gruppo Telecom operante nel settore dei cavi sottomarini. Dopo l’introduzione della figura del preposto alla sicurezza nazionale in NetCo, la compagnia che raggruppa la rete primaria e secondaria ceduta al fondo americano Kkr, lo Stato italiano delinea un perimetro chiaro di ciò che ritiene asset critico per la tutela dell’interesse pubblico: il controllo sul costruttore di cavi e la possibilità di aver voce in capitolo sul tema della gestione della rete core delle comunicazioni.

A queste dinamiche si è aggiunta, dall’altro lato, l’apertura del dossier sulla possibile modifica dell’assetto proprietario di Tim. Innanzitutto, si è prospettata l’ipotesi della fusione per consolidamento tra Tim e la francese Iliad, che già alcuni mesi fa aveva adocchiato l’affare, non procedendo però a causa del dubbio sulla possibile applicazione del golden power e dello stop all’affare da parte del governo Meloni.

L’acquisizione di Vodafone Italia da parte della svizzera Swisscom, che ha ricevuto il semaforo verde da Palazzo Chigi, ha spinto Xavier Niel, Ceo di Iliad, a tentare la sortita in sinergia col fondo di private equity britannico Cvc Capital Partners. Ma secondo quanto riportato da Reuters, da Roma sarebbe pronto, in questo caso, a scattare il pulsante di stop. C’è sicuramente da valutare l’eventuale ricaduta competitiva di una fusione che avrebbe portata maggiore di quella approvata nei mesi scorsi: Telecom Italia controlla asset dall’Italia al Brasile, si sta liberando di un debito-monstre per tornare alla competitività e mantiene un ricco portafoglio clienti.

La sfida di Iliad su Telecom

L’integrazione creerebbe un operatore di dimensioni tali da alterare gli equilibri competitivi esistenti, ponendo sfide significative alle autorità antitrust nazionali ed europee, che dovrebbero valutare attentamente l’impatto sulla dinamica concorrenziale del mercato” dei servizi di telefonia e di rete, nota AgendaDigitale.eu, aggiungendo che opportunità e rischi vanno soppesati: da un lato, “il consolidamento del mercato derivante da questa fusione potrebbe paradossalmente stimolare una nuova fase di innovazione tecnologica, grazie alla maggiore capacità di investimento della nuova entità”, mentre dall’altro “la riduzione del numero di operatori potrebbe anche portare a un graduale aumento dei prezzi per i consumatori”.

Telecom e Iliad, fondendosi, potrebbero far correre il 5G italiano su nuovi investimenti e nuove prospettive di crescita. L’alternativa che il Cda di Tim presieduto dal Ceo Pietro Labriola sta valutando è quello di una sinergia con Poste Mobile, che subentrerebbe sostituendosi a Cassa Depositi e Prestiti (azionista di Poste e Tim, in quest’ultima col 9,8% delle quote) nel capitale e sommando la sua ridotta quota nel mercato italiano (6%) a una maggiore disponibilità di risorse fresche per Tim.

Qualora il governo confermasse di aver messo l’opzione di acquisto francese in stand-by, è difficile che solo la presenza di un’offerta alternativa, peraltro di minor cabotaggio, mediata da un’azionista attuale del gruppo di Via Negri e potenzialmente veicolabile dentro la nuova struttura proprietaria del gruppo, possa giustificare il freno di Palazzo Chigi. Si possono pensare scenari alternativi.

Il primo punta nella direzione del riflesso condizionato del “nazionalismo economico” secondo cui, nonostante la messa in sicurezza degli asset chiave, l’ennesima scalata francese a un’azienda-simbolo dell’industria di Stato di un tempo, già molto chiacchierata in passato quando a scalarla fu un’altra compagnia transalpina come Vivendi, proietterebbe un’immagine di vulnerabilità dell’Italia. Una manovra paragonabile a quella con cui Joe Biden e Donald Trump negli Usa hanno chiuso le porte in faccia a Nippon Steel per l’acquisto del gruppo siderurgico Us Steel. Ma anche questa lettura, da sola, non convince del tutto.

Meloni non vuole una rivalità Niel-Musk in Italia?

Si potrebbe aggiungere a questa chiave di lettura, e al dossier Poste che resta sul tavolo, un rilancio del grande gioco franco-americano su Telecom, grande costante delle scalate a Via Negri del passato. Innanzitutto, qualora Iliad e Niel rilevassero Telecom in Italia entrerebbe a gamba tesa un attore attivissimo nel presentarsi non solo come manager di punta delle tlc ma anche come rivale europeo del più divisivo e strategico magnate dell’era presente, Elon Musk, la cui Starlink è in trattativa da tempo col governo italiano. Non sfugge ai ben informati che già mesi fa Musk sparò a alzo zero tramite la compagnia SpaceX per presunti freni di Telecom all’ingresso dell’Internet via satellite della sua azienda nel Belpaese.

In un contesto di questo tipo, l’Italia si rischierebbe di trovare come schiacciata tra l’incudine e il martello, questa volta sulla scia della competizione strategica tra l’imprenditoria e la finanza di Parigi e degli States per dominare le tlc italiche, già espressa nella storia recente di Telecom dalla rivalità tra Elliot e Vivendi e dalla lunga, e infruttuosa, battaglia del gruppo di Vincent Bolloré per evitare la vendita della rete a Kkr. Siamo all’ennesimo capitolo di questa sfida? Possibile, anche se oramai Tim è meno strategica rispetto al passato. Il gruppo di Via Negri resta però un simbolo. E i simboli hanno il loro valore, in economia: quel che è certo è che nulla è ancora deciso e Tim resta oggetto del desiderio (o bersaglio) di molti attori e, in fin dei conti, anche se ammaccata dimostra di invecchiare bene nell’era dell’Ia e della corsa alla frontiera tecnologica.

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