Molto spesso ci si ferma agli annunci. Molto spesso quando si parla di politica internazionale ci si sofferma sulle dichiarazioni del momento e sulle tensioni nell’immediato. Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping ha presentato al mondo l’idea della globalizzazione con caratteristiche cinesi. Un progetto che poi è stato chiamato in molti modi. Nuova via della Seta, Belt and Road initiative e ancora One Belt, One Road. Un mastodontico disegno che mirava a condurre tutte le strade del mondo verso Pechino. Ma oggi, sette anni di distanza, cos’è rimasto di quel progetto? Risposta breve: esiste ancora. Risposta lunga: esiste ancora, ma con dei grossi “ma”.

Perché parlarne adesso? Perché nel 2020 compie cinque anni uno dei corridoi più importanti della BRI, quello che collega la Repubblica popolare al Pakistan. Ma per capire come il CPEC (China-Pakistan Economic Corridor) mostri tutti i limiti della globalizzazione bisogna fare un passo indietro, mostrando come alla “fabbrica del mondo” sta tentando di ricostruire il mondo a sua immagine.

Come funziona la macchina cinese

Iniziamo con cinque infrastrutture che sembrano non avere niente in comune: una diga in Cambogia; un porto per porta container in Sri Lanka; una centrale a carbone in Sud Africa; uno stadio da 50 mila posti in Zambia e la nuova sede del Parlamento in Zimbabuwe. Luoghi lontanissimi uniti da un unico nome la Cina: tutti questi progetti fanno capo a Pechino, magari perché sono stati costruiti da imprese cinesi o perché finanziati con prestiti, alti e pericolosi, sempre dalla Repubblica popolare.

Negli ultimi dieci anni, quindi ben prima dell’annuncio di Xi in Kazakistan, i capitali del Dragone hanno raggiunto i quattro angoli del globo costruendo centinaia di infrastrutture. Nel 2018 il New York Times aveva provato a contarle anche se fare un esame esaustivo era quasi impossibile. Osservando le opere più imponenti, circa 600, il Times ha individuato oltre 200 progetti per strade, ponti o ferrovie; 199 centrali per la produzione elettrica e 41 gasdotti, per oltre 112 Paesi coinvolti.

Tra il 2000 e 2010 Pechino ha concentrato i suoi sforzi nell’ammodernamento delle sue infrastrutture. Pensiamo solo alla diga delle tre gole costruita nell’Hubei completata nel 2006 e diventata pienamente operativa nel 2012. Da quel momento ha pianificato dighe e contribuito alla loro costruzione in almeno una decina di Paesi.

Negli ultimi dieci anni la mosse cinesi si sono articolate soprattutto per migliorare il posizionamento nello scacchiere globale sul lato degli approvvigionamenti. Se guardiamo i fondi inviati in Pakistan, Malesia e Sri Lanka capiamo in che modo. Nei primi due casi per avere voce in capitolo sui flussi di petrolio, nel terzo per avere un punto di appoggio chiave lungo le rotte dei traffici globali, come confermato anche dalla costruzione della base militare in Gibuti ultimata nel 2017.

Non è la prima volta che un grosso attore sulla scena globale interviene in modo così massiccio. Ma la Cina ha uno stile più spregiudicato. Appoggia, ad esempio, Paesi rischiosi, come Venezuela o Zimbabwe. E agisce sempre in logica “Cina First”: impiega manodopera cinese (quindi con basse ricadute sul mercato del lavoro locale), adotta bassi standard di sicurezza sul lavoro e rispetto di norme ambientali, ma soprattutto esporta modelli produttivi talmente inquinanti che vengono osteggiati anche in patria.

Questa spregiudicatezza ha avuto ricaduto soprattutto sui Paesi partner. Ha creato trappole debitorie, come successo allo Sri Lanka e anche veri e propri abbandoni industriali precoci. In Ecuador, tanto per citare un esempio sono anni che la costruzione della raffineria del Pacifico risulta abbandonata. In questo senso quello che è successo in Pakistan rappresenta la sintesi dei limiti della globalizzazione con caratteristiche cinesi.

La raffineria mai terminata in Ecuador.

I limiti del progetto pakistano

L’annuncio ufficiale della grande collaborazione tra Cina e Pakistan è arrivato nel 2015. Cinque anni dopo qualcosa si è mosso, ma forse troppo poco per la posta in gioco. Partiamo dai dati economici. Negli ultimi due anni l’economia pakistana ha continuato a contrarsi con una riduzione della crescita (ferma al 3,3%) e un aumento dell’inflazione. Tanto che Islamabad si è scoperta vulnerabile fino al punto da dover chiedere un prestito al Fmi. Certo i dolori non derivano dalla CPEC, scrivono gli analisti del think tank Csis, ma allo stesso tempo il corridoio pakistano non ha aiutato l’economia come doveva.

In cinque anni solo 32 progetti sui 122 previsti dalla Bri sono stati completati. Per una spesa complessiva di 20 miliardi di dollari. Non pochi, è vero, ma ben lontani dagli 87 previsti. Di quei 122 progetti solo 54, la metà, ha visto una qualche forma di sviluppo tra il 2015 e 2020 e di questi ben 22 sono ancora in fase di realizzazione.

Recentemente Islamabad e Pechino hanno addirittura deciso di accantonarne qualcuno, come il gasdotto tra Pakistan e Iran, la centrale a carbone di Muzaffargarh e la diga per energia idroelettrica di Diamer-Bhasha. Di fatto rinunciando a una ventina di miliardi. Ovviamente lo sviluppo non è stato omogeneo, con le zone più povere di fatto abbandonate.

 

Quelle che sembrano questioni limitate a un’area geografica lontana, in realtà mostrano molti limiti del progetto cinese. Secondo le previsioni la Cina avrebbe dovuto sfamare la fame di energia del Pakistan e non a caso 14 dei 20 progetti più costosi riguardavano strutture energetiche. Ma negli anni, come dimostrano i casi citati prima, molti sono stati abbandonati. La stessa diga di Diamer-Bhasha rappresentava il 98% dei fondi per la provincia poverissima del Gilgit Baltistan.

In mezzo a strutture bloccate e limitate, l’idea del governo pakistano di virare verso forme di produzione energetica più ecologica è rimasta solo sulla carta. Il 38% dei progetti CPEC è destinato a fonti fossili e solo l’8% a quelle rinnovabili. Il resto dovrebbe riguardare il settore idroelettrico, che però è quasi tutto bloccato.

Persino la catena del valore non sembra essere mai partita. Nei piani del governo la CPEC doveva portare allo sviluppo di speciali zone economiche e industriali che spingessero l‘economia del Paese, ma delle 11 previste solo una è stata completata, quella della città portuale di Gwadar, che guarda caso è uno degli snodi fondamentali di Pechino per controllare i flussi tra Golfo Persico e Oceano indiano.

Persino il comparto delle telecomunicazioni resta abbandonato a se stesso. I progetti previsti dalla cooperazione Cina-Pakistan dedicati al settore sono solo otto, e di questi sono pochi quelli implementati, come la fibra ottica lungo la direttrice Kashgar-Islamabad o l’istallazione di ripetitori 3G e 4G lungo l’autostrada del Karakorum vicino al confine con la Cina.

La via della seta tecnologica

Una delle ragioni che con ogni probabilità hanno rimodulato la Bri è dettata dal fatto che sono emersi nuovi interessi, come la Via della seta digitale. La battaglia intorno al famoso 5G di Huawei, rappresenta solo la punta dell’iceberg di un progetto ancora più ampio. Negli ultimi sette anni i fondi investiti da Pechino in questo settore sono andati aumentando per una spesa complessiva di 17 miliardi. Sette sono stati erogati sotto forma di prestiti o investimenti diretti nel settore della fibra ottica, 10 per accordi legati al settore dell’e-commerce e dei pagamenti mobile. Altri centinaia di milioni sono invece stati spesi per progetti legati a smart cites, data center e centri di ricerca.

Gli obiettivi cinesi, in questo senso, sono almeno tre: fare della Repubblica popolare il nuovo tecno-leader globale; spingere le propine compagnie tecnologiche per farle diventare player planetari; rendere la Cina un riferimento in materia di standard tecnologici e cyber giurisprudenza.

Sono tutti obiettivi più concreti di quanto sembri. Le grosse banche di investimento a trazione statale stanno pompando soldi nelle aziende garantendo grosse linee di credito. Gli studi su intelligenza artificiale, big data e città intelligenti si accompagnano a un controllo sempre più stringente degli aspetti della vita quotidiana, ad esempio aSingapore il gigante dell’e-commerce Alibaba ha acquisito per 4 miliardi di dollari il gruppo locale Lazada.

I numeri che arrivano dalla penetrazione in Africa dovrebbero destare particolare preoccupazione. Della costruzione di infrastrutture si è giù scritto molto, ma meno si è detto del comparto tecnologico. Tra il 2015 e 2017 i finanziamenti cinesi per il settore delle telecomunicazioni nel continente hanno raggiunto il miliardo di dollari (all’anno) superando quello di tutti i Paesi occidentali, di agenzie internazionali e degli stessi Paesi africani.

Ci sono però almeno altri due aspetti sinistri. Tra i primi effetti della via della Seta cinese c’è quello di un aumento di interesse da parte di molti governi, soprattutto autoritari, ai sistemi di controllo che la tecnologica cinese permette. Un allargamento che cozza soprattutto contro la concezione aperta della rete che esiste in Europa e Nord America. Il cavallo di troia per ribaltare questo sistema potrebbe passare dai grandi organismi internazionali.

All’ombra della polemica intorno al potere cinese in seno all’Oms sulla gestione della pandemia da coronavirus, la Cina si è mossa anche in un’altra direzione, cercando i diffondere le sue “cyber norme” a livello globale. Nel corso del 2019, ha scritto il think tank tedesco Merics, la Cina si mossa all’interno di due gruppi di lavoro dentro le Nazioni Unite creati per lavorare sul tema della sicurezza tecnologica il Group of Governmental Experts e il Open-Ended Working Group.

Il soft-power cinese per difendere la Bri

Il mondo post-covid è ancora tutto da disegnare e sulla Belt and road iniziative pesa soprattutto lo scontro tra Cina e Usa passato dal piano commerciale/tecnologico a quello sanitario. Ma gli ultimi anni hanno fornito indicazioni utili per capire cosa può succedere lungo le linee rosse volute da Pechino. In particolare il protagonismo politico.

Le prove di “Via della Seta sanitaria” dopo lo scoppio della pandemia sono state un chiaro segnale di come si può muovere il soft-power cinese. Non a caso dal 2008 ad oggi, il Dragone ha giocato la carta del mediatore sempre più volte. È intervenuto con aiuti mirati in Africa e Medio Oriente e sta cercando di dimostrarsi credibile in vista della grande ricostruzione siriana. Se uniamo i punti degli interventi diplomatici vediamo molto facilmente come ruotino intorno alla Bri.

A questo punto resta da vedere cosa resterà di questa nuova credibilità dopo il la pandemia, soprattutto in quei Paesi più vicini a Pechino. In quelli scenari rischiosi che l’Occidente ha abbandonato o mai pianamente supportato, come le fragili economie africane, o la fascia che va dal Pakistan al Sud-Est asiatico. Per il momento l’appeal di Pechino sembra reggere, ma potrebbe non essere sempre così, soprattutto se i buchi e le delusioni del caso Pakistano dovessero ripetersi.

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