Archiviata la lunga ed estenuante stagione del Covid-19, la Cina ha riaperto le sue frontiere, pronta a rituffarsi nell’economia globale. La ripresa del Dragone dava segnali di rallentamento già ad aprile, ha perso effettivamente slancio a maggio e, in piena estate, è stata adombrata da una crisi spinosissima: quella del suo settore immobiliare.
Stiamo parlando di una spada di Damocle che, pur non presentando gli estremi per scatenare un “effetto Lehman Brothers” a livello globale, rischia di compromettere la crescita di Pechino. Una crescita che rischia adesso di finire ben al di sotto l’obiettivo annuale del 5% fissato dal governo guidato da Xi Jinping. Se tutto questo riguarda i meandri dell’ex Impero di Mezzo, quali sono le conseguenze del suddetto rallentamento economico cinese sul resto del mondo?
La risposta corretta da dare è: dipende. Dipende, in primis, dalla regione presa in esame, visto che non tutti i Paesi sono soggetti agli scossoni cinesi. Per quanto riguarda l’Occidente, poi, è utile suddividere settori e aziende.
Come ha sottolineato il Washington Post, infatti, ci sono società che, pur essendosi legate mani e piedi alla catena di produzione del gigante asiatico, potrebbero evitare guai amari. Un esempio? Prendiamo Otis, la più grande produttrice di sistemi di trasporto verticale al mondo, principalmente ascensori e scale mobili, con sede a Farmington, Connecticut. Se è vero che la Cina è il suo mercato più redditizio per la vendita di nuove attrezzature – ha rappresentato lo scorso anno circa un terzo degli ordini complessivi – è altrettanto vero che gli ascensori che Otis vende in Cina sono fabbricati in loco. A causa del crollo del mercato immobiliare cinese, dunque, serviranno meno prodotti, ma la maggior parte del dolore si farà sentire nelle strutture Otis dislocate in Cina, e non in quelle degli Stati Uniti.
Il peso economico della Cina
La spiegazione fornita dal Wp ha senso, ma non è valida per tutte le aziende del mondo. Per le fortunate società che si trovano nella posizione di Otis, emerge che la Cina – al netto del suo continuo sviluppo – non sia ancora un cliente abbastanza importante di beni e prodotti realizzati oltre confine, per far sì che i suoi “mali economici” risultino contagiosi.
C’è poi chi, come Brad Setser, ex consigliere commerciale dell’amministrazione Biden, si è spinto addirittura oltre. “La Cina è stata un motore di crescita meno di quanto si creda. Gli effetti diretti del suo rallentamento saranno relativamente modesti. Per il lato delle esportazioni dell’economia americana, non ha importanza se la Cina cresce a zero o al 5%”, ha affermato Setser.
Tutto questo, avverte però lo stesso Wp, potrebbe cambiare se il rallentamento della Cina si rivelasse peggiore del previsto, innervosendo i mercati finanziari globali, o se il governo cinese dovesse abbassare artificialmente la propria valuta nel tentativo di esportare per uscire dalla crisi a spese dei suoi partner commerciali.
Diversa l’analisi del Financial Times, secondo cui il rallentamento della crescita della Cina sta suscitando segnali di contagio in Asia, in quando il calo della domanda dei consumatori e il rallentamento della produzione colpisce i Paesi limitrofi, soprattutto quelli con stretti legami con la seconda economia mondiale.
L’economia del resto dell’Asia
Giusto per fare un esempio, la crisi manifatturiera in Corea del Sud ha raggiunto il suo livello più lungo in quasi mezzo secolo, mentre altri grandi esportatori nell’area dell’Asia orientale risultano essere colpiti dalla debolezza della domanda. Seoul, la quarta economia più grande della regione, è considerata un punto di riferimento per la catena di fornitura tecnologica dell’area, la stessa area che ha contribuito a sostenere la crescita globale per decenni. Ebbene, le esportazioni del Paese sono diminuite a luglio al ritmo più rapido degli ultimi tre anni, guidate da minori spedizioni di chip per computer verso la Cina.
Anche i dati relativi al Giappone – dove l’attività è diminuita per il quinto mese consecutivo – e a Taiwan hanno indicato una contrazione della produzione industriale e hanno notato una domanda estera più debole. Il Vietnam, un importante esportatore di abbigliamento e prodotti tessili, calzature, articoli in legno ed elettronica, ha riferito che le esportazioni del secondo trimestre sono diminuite del 14% rispetto all’anno precedente, indicando un rallentamento della produzione industriale per quest’anno. Il tasso di crescita della Malesia è stato il più lento degli ultimi due anni, così come accaduto alla Thailandia, mentre persino l’Australia appare essere vulnerabile al malessere economico del suo principale partner commerciale, la Cina, con il dollaro australiano sceso ai livelli più bassi rispetto al dollaro statunitense in 10 mesi. In Occidente, almeno nel breve periodo, c’è chi può tirare un sospiro di sollievo.
Secondo Setser, le importazioni cinesi di manufatti per uso proprio ammonterebbero al 3,5% del prodotto interno lordo. E la dipendenza della Cina dalle fabbriche straniere sarebbe inferiore di circa un terzo rispetto a quando Xi divenne leader del paese, accelerando da quel momento in poi il processo di autosufficienza del Dragone.
In ogni caso, una recessione prolungata in Cina – o più profonda del previsto – si farebbe sentire in tutto il mondo. I primi a soffrirne sarebbero, oltre ai vicini di Pechino, i principali produttori di materie prime. Negli ultimi anni, del resto, il miracolo economico del Dragone ha risucchiato rame dal Perù, minerali dall’Australia, soia dal Brasile e petrolio dall’Arabia Saudita e dalla Russia. Tutti Paesi che, di fronte ad un black out, si ritroverebbero improvvisamente privi dei pagamenti cinesi.
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