Milano è da diversi mesi meno affollata, più silenziosa, insolita: la solitamente affollata Via Vittor Pisani, che collega la Stazione Centrale a Piazza della Repubblica, è semivuota; il vicino centro direzionale di Porta Nuova se la cava meglio per la presenza di turisti e visitatori, ma manca la vitalità degli affari di un tempo; la zona circostante Piazza Affari è irriconoscibile. Le conseguenze più visibili dello sdoganamento dello smart working sulle città, e in particolare sulla capitale economica e finanziaria italiana, sono queste: i centri principali sembrano rallentare, frenano mentre le attività legate ai business si decentralizzano. La pandemia di coronavirus ha portato con forza anche in Italia un’istituzione importante del mercato del lavoro le cui conseguenze vanno governate nel migliore dei modi.

Dall’impatto sull’indotto economico per le città alla riqualificazione degli spazi urbani, passando per le necessità di nuovi istituti di diritto del lavoro, le conseguenze economiche e sociali dello smart working saranno profonde e radicali nei prossimi anni. Beppe Sala ha avvertito contro il cosiddetto “effetto grotta” invitando i dipendenti milanesi a ritornare in ufficio, ma è realistico pensare che possa essere veramente così? O forse accanto alle immagini spettrali delle città deserte durante la pandemia dovremo presto abituarci alla visione di centri urbani meno congestionati ma, al contempo, meno vivi?

Il Sole 24 Ore si è interrogato sulla questione partendo da un dato evidente: l’impatto sull’indotto dello sdoganamento dello smart working. Non solo le politiche prudenziali volte ad arginare una possibile nuova ondata di contagi ma anche dinamiche lavorative oramai consolidate fanno sì che almeno 3,5 milioni di persone (ma il dato va sicuramente rivisto al rialzo) abbiano in programma di lavorare da casa anche nei mesi autunnali. Gli effetti sull’indotto, riporta il quotidiano economico milanese, sono stati e saranno dirompenti: “Trasporti locali, mense aziendali, manutentori, addetti alle pulizie, magazzinieri. Per questi comparti la crisi generata dal lockdown è stata solo l’inizio: l’estrema prudenza con cui continueranno a essere gestiti i rientri nei luoghi di lavoro per evitare i contagi sarà, di fatto, una minaccia per la continuità dei conti di queste aziende, tranne per chi non ha saputo radicalmente rinnovare il proprio business”.

Il trasporto pubblico, secondo Anav, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale aderente a Confindustria, ha perso quasi il 60% dei passeggeri fino ad agosto, pari a due miliardi di viaggiin meno; il calo del fatturato sull’intero anno è previsto essere del 17%. Drammatico il crollo delle mense aziendali, che perdono oltre un terzo del valore aggiunto prodotto: uno smart working prolungato “si potrebbe tradurre in 340 milioni di pasti in meno serviti dalle mense aziendali nel 2020: l’osservatorio Oricon ricorda che ci sono ancora 61mila lavoratori in esubero o in cassa integrazione (su 96mila) nella ristorazione collettiva”. Il Sole stima inoltre un -15% nel fatturato delle imprese di pulizie e un -5/-10% per i servizi immobiliari.

E tutto questo non potrebbe essere che l’inizio. La pandemia ha cambiato l’economia favorendo la decentralizzazione e la digitalizzazione, ma al contempo questo ha avuto conseguenze umane non secondarie. Tra ritorni a casadi cittadini, studenti e lavoratori stanziati nelle grandi città o fuori sede bisogna attendersi, nei prossimi mesi, un imponente spostamento del volume di spese e di consumi dai grandi centri urbani ai borghi della provincia. A pagare grandi conseguenze sarà, senza ombra di dubbio, il mercato immobiliare, da cui rischia di provenire un nuovo “terremoto” sull’indotto. In un recente report l’Ufficio studi di Immobiliare.it, uno dei principali siti di annunci per vendita e affitto di appartamenti, ha sottolineato come la disponibilità di appartamenti per fuorisede o lavoratori in trasferta sia aumentata su base annua del 149%, con picchi del +290% a Milano e del +270% a Bologna. Di conseguenza, è plausibile che presto accada ciò che sta verificandosi in California di fronte al riflusso dalle metropoli dei dipendenti del settore tecnologico: i prezzi delle case (in vendita e in affitto) nella San Francisco Bay Area sono in netto calo, con percentuali dal 10 al 15%. Una fattispecie del genere implicherebbe nuove batoste all’indotto sui servizi di intermediazione, sull’erogazione di prestiti e mutui, sull’edilizia, sul valore dei terreni.

Sul fronte degli utenti della nuova tipologia di lavoro, riduzione dei costi legati alla mobilità, vicinanza alla famiglia e maggior tempo libero possono sembrare vantaggi per i lavoratori connessi allo smart working. Tuttavia, è bene sottolineare come sia necessario trovare un bilanciamento adeguato tra tempi di lavoro e tempi di vita nel contesto di una modalità di lavoro in cui lo sfruttamento delle tecnologie informatiche può dare ai datori l’impressione di trovarsi di fronte a dipendenti perennemente connessi e disponibili. C’è il rischio che, non regolamentato, lo smart working diventi una sorta di nuova forma di cottimo, mentre al contempo vanno indagate le conseguenze psicologiche di un’eccessiva identificazione dell’abitazione con il luogo di lavoro.

Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha recentemente dichiarato che  per la fase post-pandemica “sarà necessario recuperare la ratio dello smart working, cioè quella di gestione flessibile e per obiettivi del rapporto di lavoro slegato da precisi vincoli di spazio e tempo”. Più facile a dirsi che a farsi, dato che oramai anche le aziende si sono abituate al new normal che vedrà un minore sfruttamento degli spazi aziendali: ad esempio Deloitte, uno dei grandi colossi statunitensi della revisione, ha frenato sullo spostamento della sua sede operativa italiana di Milano dalla periferica Via Tortona al centralissimo Corso Italia. 

Il diritto del lavoro dovrà farsi carico di numerose regolamentazioni dello smart working che si preannunciano scivolose. Come riconoscere in busta paga la tutela di quei servizi in precedenza internalizzati (come i buoni pasto)? Come valutare eventuali problemi di salute che dovessero insorgere in relazione al lavoro da casa? Come evolvere da un modello fondato su un orario rigido ad uno a obiettivi senza che emerga il “rischio cottimo”? Le domande sono complesse e, con ogni probabilità, la soluzione ideale sta nel mezzo. Ovvero coniugare smart working e vita d’ufficio nel migliore dei modi per abituare i dipendenti a considerare permanente il nuovo paradigma, gestendolo al contempo nel migliore dei modi. La soluzione sta nella buona volontà delle imprese e nella lungimiranza dei legislatori. Ma gli effetti sono già tangibili, e in certi contesti irreversibili: la politica economica, in futuro, dovrà in particolare aiutare le aziende travolte dal crollo dell’indotto legato alle nuove dinamiche lavorative, che potrebbero doversi abituare a giri d’affari ben più modesti.

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