Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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La vera natura della geopolitica del XXI secolo risiede nelle cosiddette connessioni competitive. Raramente i Paesi combattono ancora battaglie militari lungo i propri confini; benché ogni guerra possa sempre scoppiare da un momento all’altro, la geopolitica quotidiana consiste perlopiù in un tiro alla fune per il controllo di filiere produttive, rotte commerciali e tecnologie all’avanguardia rispetto ad un vero e proprio scontro fisico per il controllo territoriale. E ciò è più che mai evidente nella regione dell’Indo-Pacifico.

Per prima cosa, lasciate che ripercorra l’ascesa indo-pacifica nella grande regione asiatica e del regno afro-eurasiatico, ancora più esteso. Gli studiosi del mondo pre-coloniale dal XIII al XV secolo coniarono il termine “Afro-Eurasia” per indicare come l’Africa, l’Europa e l’Asia costituissero allora l’intero mondo conosciuto; tre pilastri dell’economia globale del tempo, collegati dal commercio marittimo e via terra della Via della Seta. Negli ultimi 500 anni le forze colonialiste e la Guerra Fredda hanno frantumato il sistema afro-eurasiatico, ma oggi, a trent’anni dal collasso dell’Unione Sovietica, le reti dell’Afro-Eurasia sembrano essere state decisamente ripristinate.

Il termine “Indo-Pacifico” riflette accuratamente la dimensione geostrategica di questo ripristino. Negli ultimi vent’anni, le sempre più intrecciate relazioni tra Giappone ed India — sia da un punto di vista economico che diplomatico — hanno portato ad un avvicinamento concettuale intorno all’utilizzo di questo vocabolo, il quale è stato successivamente adottato anche dagli Stati Uniti e dalle potenze europee. L’Indo-Pacifico rappresenta infatti un’unità organica: detiene i principali corridoi commerciali marittimi a livello mondiale, e gli Stati che ne fanno parte sono diventati i maggiori partner commerciali l’uno dell’altro.

La zona geografica indicata dal termine “Indo-Pacifico” è troppo ampia per essere ridimensionata ad una singola struttura. Dal Golfo alla costa del Pacifico vi sono infatti molteplici sottosistemi geografici, apparentemente separati ma in realtà ben connessi tra di loro: nell’Oceano Indiano si prevede un sistema multipolare guidato dall’India nel rispetto delle potenze occidentali, data la crescente determinazione della marina indiana e la presenza di importanti forze occidentali nelle stesse acque; nel Pacifico Occidentale, l’espansionismo navale cinese con la conquista di isole e l’avanzamento delle attività “Quad” (Stati Uniti, India, Australia e Giappone) hanno reso la situazione del Mar Cinese Meridionale meno prevedibile, ed anche potenzialmente pericolosa.

Le dinamiche di potenza non sono lineari. La nuova allocazione di forze statunitensi nella regione ed il consolidamento di formazioni come Quad e AUKUS sono presto diventate una variante a lungo termine nella struttura dei giochi di potere della regione, che influenzerà le azioni della Cina ed in senso più ampio l’intero ecosistema geopolitico, lasciando prevedere una situazione di stallo radicata nella deterrenza tanto quanto lo scoppio di un conflitto che determini il nuovo ordine regionale.

L’Europa può tornare in Africa e Asia ma non come colonizzatore, bensì come partner commerciale. Oggi l’Europa è sinonimo di standard elevati, garanzia della qualità dei prodotti, e promotrice di un’agenda condivisa per lo sviluppo economico, politico e sociale del mondo post-coloniale. L’Europa è inoltre da elogiare per aver cercato di raggiungere degli accordi di libero scambio con il Giappone, ASEAN e l’India — un ambiente che è stato ampiamente definito protezionista — così da aumentare ulteriormente la propria penetrazione commerciale nella regione. L’Unione Europea ha poi compiuto delle prime mosse intelligenti per competere con l’influenza della Cina sui Paesi asiatici in via di sviluppo attraverso la “EU-Japan Partnership for Sustainable Infrastructure Finance”: la stessa agenda dell’iniziativa “Build Back Better World” annunciata dai leader del G7 la scorsa estate, e della strategia europea “Global Gateway” formulata recentemente. Ciò che accomuna tutte queste proposte è che l’Occidente ha capito di dovere passare dalle parole ai fatti; vale a dire, a delle connessioni competitive.

Scambi commerciali ed investimenti sempre più intensi tra l’Europa ed i Paesi dell’Asia occidentale, centrale, meridionale e del sud-est asiatico saranno la chiave per promuovere un’Asia multipolare e non soggiogata da un predominio statunitense o cinese. Al momento molti Paesi sono messi alle strette dalla “diplomazia della trappola-debito” cinese, con incredibili debiti nei confronti della Cina e ora dinnanzi al prospetto di capitalizzazione del debito, come avvenuto nel caso del porto di Hambantota in Sri Lanka.

Collaborando con agenzie multilaterali, le potenze occidentali possono abbassare i tassi di interesse pagati da questi Paesi per tali prestiti, e creare così un mercato alternativo al monopolio creditizio che la Belt and Road rappresenta per i Paesi asiatici più fragili. La Cina potrebbe essere la prima ad investire e concedere prestiti in questi Paesi, tuttavia l’Europa può aiutarli a gestire questi investimenti e a modernizzare e diversificare le loro economie, accrescere il loro PIL, attrarre investimenti esteri da uno spettro più ampio di Paesi, e ripagare i propri debiti verso la Cina. Una tipologia di assistenza tecnica che può soltanto arrivare della paziente disponibilità delle potenze europee.

Il futuro geopolitico dell’Indo-Pacifico sta rivelando l’intensificarsi di relazioni tipiche di un sistema regionale sempre più complesso. Attriti e coalizioni evidenziano un sistema guidato tanto da dinamiche interne quanto — se non ancora di più — da forze esterne. Per giocare un ruolo di rilievo e detenere influenza nella regione indo-pacifica è necessario essere geograficamente presente in tutto il continente asiatico, da occidente ad oriente.

Entrambe le sotto-regioni asiatiche soffrono inoltre di enormi problemi dovuti al cambiamento climatico, con opportunità per le aziende europee di trasferire soluzioni tecnologiche, spaziando dall’energia solare ed eolica alla desalinizzazione idrica. L’Europa è leader mondiale degli investimenti sostenibili, ed esportare il proprio modello garantirebbe la sostenibilità e la prosperità dell’Indo-Pacifico.

Non è dunque troppo tardi affinché l’Europa venga attivamente coinvolta nella regione indo-pacifica. Anzi, quella che io chiamo la “quarta ondata” delle economie asiatiche” — sud e sud-est asiatico, dal Pakistan all’India passando per Tailandia, Vietnam, Indonesia e Filippine — è una delle realtà più giovani e dinamiche al mondo. Giovani pronti a cogliere le potenzialità di 5G e banda larga, social media e gaming, mercati online e criptovalute. E dal momento che i governi europei promuovono regolamentazioni sui dati e tecnologie di mobile banking favorevoli sia per i cittadini che per i consumatori, l’Europa ha tra le mani la notevole opportunità di ricoprire un ruolo  decisivo per il futuro della prossima generazione dell’Asia.

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