Si fa un gran parlare, nelle ultime giornate, del nodo delle clausole di salvaguardia sull’Iva che rappresentano il principale ostacolo che il prossimo governo italiano dovrà affrontare per varare la Legge di Bilancio per l’anno 2020. Accordandosi con l’Unione Europea per il deficit di bilancio al 2,04% del Pil Giuseppe Conte e Giovanni Tria hanno inserito nella manovra 2019 clausole di salvaguardia dal valore di 23 miliardi di euro la cui sterilizzazione è d’obbligo per evitare un rincaro dell’Iva ordinaria al 25% e di quella agevolata al 13%.

Una certa narrazione politico-economica ha imputato al premier Giuseppe Conte la responsabilità di queste clausole, inserite al termine di un round di discussioni serrato tra Roma e Bruxelles, e portato a pensare che la scelta di Matteo Salvini di rompere l’alleanza gialloverde fosse dovuta alla volontà della Lega di lavarsi le mani di una legge di bilancio che avrebbe dovuto focalizzarsi su quei fatidici 23 miliardi. Eventualità possibile per ragioni di calcolo politico, ma non certamente per una presunta eccezionalità delle clausole in scadenza a dicembre. Questo perché il governo gialloverde non ha fatto altro che seguire una strada percorsa da tutti gli esecutivi che lo hanno preceduto.

Le clausole Iva sono una costante

In una lettera al quotidiano Italia Oggi, l’ex Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti ha spiegato che il contesto in cui il governo Berlusconi varò, nel pieno della crisi europea del 2011, le prime clausole di salvaguardia sull’Iva era quello caratterizzato dalla necessità italiana di rispondere alle richieste, ascrivibili in certi punti a veri e propri diktat, contenute nella celebre lettera Trichet-Draghi giunta a Palazzo Chigi in estate, novanta giorni prima che l’esecutivo affondasse definitivamente.

Il “Decreto di Ferragosto” impostato da Tremonti fu modificato, su insistenza europea, includendo la clausola sull’Iva che, è bene precisarlo, “era totalmente priva di valore giuridico non producendo effetti vincolanti e specifici (come è invece stato dopo per le altre e vere clausole) esaurendosi nella forma di un impegno politico-programmatico”, formalizzato solo dopo l’avvicendamento a Palazzo Chigi tra Berlusconi e Mario Monti.

Dopo Monti, anche i governi presieduti da Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e, da ultimo, Giuseppe Conte, ne hanno fatto uso, consapevoli del loro ruolo di utile bandiera da sventolare per compiacere la Commissione Europea nella piena consapevolezza di una loro successiva rimozione. Con l’unica eccezione del governo Letta, che nel 2014 portò l’Iva ordinaria al 22%.

La via d’uscita è nota

Giovanni Tria, titolare uscente del Mef, ha gettato acqua sul fuoco parlando al Corriere della Sera e sostenendo che i risparmi delle misure della manovra, derivanti da Quota 100 e Reddito di Cittadinanzaconsentiranno di abbassare a 15/16 miliardi le clausole di salvaguardia. Una cifra in linea con quelle degli anni precedenti e che lascerebbe spazio ad altre misure.

Certamente tutto ciò non basterà per rilanciare l’economia italiana. Sterilizzare l’Iva, la più regressiva delle imposte, è doveroso per evitare un duro colpo ai consumi delle famiglie, ma quello di cui ha bisogno l’Italia sono forti politiche a sostegno della domanda.Investimenti infrastrutturali, sviluppo territoriale(reti idriche, ospedali, scuole, specie nelle regioni del Sud Italia) e la creazione di una banca pubblica per gli investimenti, nonché un potenziamento del Fondo Nazionale Innovazione, rappresenterebbero i capisaldi da cui il futuro governo dovrebbe partire. Puntando a superare la logica dell’austerità nel cui contesto matura la necessità di inserire clausole che presuppongono l’aumento dell’Iva.

E sarebbe utile, in questo caso, lanciare una provocazione: sarebbe utile se la prossima manovra finanziaria, per la prima volta da nove anni, non prevedesse tali clausole come limiti vincolanti all’azione del governo. Sarebbe un segnale forte di discontinuità e, inoltre, il superamento di una misura nata, nonostante tutte le problematiche politiche sugli sviluppi del 2011, in una situazione chiaramente emergenziale, come spiegato con lucidità da Tremonti. Il modo migliore per segnalare al resto d’Europa che l’Italia in campo economico è pronta a progettare il futuro senza restare impantanata nel suo recente passato.