Le borse di tutto il mondo stanno tornando in una fase di graduale riflusso delle quotazioni e dei valori degli indici: da tempo si diceva che nel contesto globale segnato dalla pandemia e dalla recessione economica l‘autunno sarebbe diventata la stagione della verità. In primo luogo per il crearsi di contesti favorevoli a una seconda ondata di contagi da coronavirus nei Paesi ad economia più avanzata, potenzialmente in grado di imporre nuovi confinamenti e interruzioni dell’attività economica; in secondo luogo perchè a circa sei mesi dallo sdoganamento del contagio nel mondo si possono valutare le, per ora altalenanti, conseguenze della risposta economica alla pandemia; infine per l’approssimarsi della sfida politica più importante del 2020, la contesa presidenziale statunitense tra Donald Trump e Joe Biden.

Settembre ha segnato l’inizio della fine del volo delle borse che ha avuto negli Stati Uniti, in particolare grazie all’indice Nasdaq, il suo epicentro. Mentre nel mondo i casi di contagio ammontavano a decine di milioni e morti crescevano a centinaia di migliaia le borse brindavano al ritorno in campo dei governi, ai salvataggi pubblici, al nuovo quantitative easing, a un presunto scampato pericolo. Sul decollo di colossi come Tesla o Apple attori come SoftBank hanno piazzato scommesse rialziste miliardarie; ma mano a mano che le distinzioni tra finanza ed economia reale crescevano, anche la promessa di pronti ritorni in termini di dividendi e rilancio della normalità è evaporata.

In altre parole, è come se le borse fossero cresciute scommettendo sulla pronta uscita da una pandemia vissuta come incidente di passaggio destinata a impattare su un paio di trimestri di risultati economici e non come un acceleratore dei problemi della globalizzazione capace di creare nuove dinamiche dal mercato del lavoro al commercio internazionale. Presa consapevolezza, di questa eventualità, a settembre si è avuta una brusca correzione: nella sola giornata del 21 settembre Milano ha perso il 3,75%, Francoforte il 4,45%, Londra il 3,4%. La volatilità misurata dall’indice Vix è tornata a crescere.

Succede anche che si è bloccata la valanga di liquidità messa in campo dalle banche centrali di tutto il mondo, il metadone monetario che ha permesso alle borse di giocare facilmente con il denaro garantito a basso costo e di creare montagne di debito privato attraverso il gioco borsistico non fluito all’economia reale negli anni precedenti la pandemia. Uno scenario che si è ripetuto anche mentre imprese, cittadini e servizi necessitavano di una ripresa degli investimenti dopo il contagio.

Come fa notare Il Sole 24 Ore, ad esempio, la Federal Reserve ha frenato: “da circa tre mesi non ha più aumentato la liquidità nel sistema. Per rendersi conto di questa realtà basta guardare la base monetaria M2 statunitense. A inizio settembre ha raggiunto il livello di 18.500 miliardi di dollari. Una cifra notevole! L’aggregato (che comprende M1 più tutte le altre attività finanziarie che, come la moneta, hanno elevata capacità di essere velocemente liquidati), da un lato, viaggiava in febbraio intorno ai 15.000 miliardi di dollari; e dall’altro, in scia ai piani di emergenza anti-Covid, in luglio è balzato a circa 18.300 miliardi”. Una cifra che da sola vale un quinto della disponibilità globale di liquidità, un vero e proprio oceano di denaro intrappolato nel gioco borsistico, ma che non basta a operatori e investitori abituati a sempre nuove iniezioni, che finiscono per non stimolare la ripresa del Pil e dell’occupazione ma solo per finanziare acquisizioni di azioni e derivati.

Eccesso di fiducia, dipendenza dalla liquidità, asimmetria con l’economia reale: questi fattori basterebbero da soli a giustificare la brusca correzione delle borse unitamente a “cigni neri” come le scommesse in stile SoftBank, ma c’è di più. La volatilità e l’incertezza sono dipendenti dalla prospettiva di diffusione della seconda ondata del virus, di cui si è detto: le ultime settimane e i casi di Israele, Spagna, Regno Unito e Francia hanno dimostrato la ben poco spiccata propensione democratica del Sars-Cov-2. Ogni dichiarazione di capi di governo e amministratori è vana: a decidere nuovi lockdown o nuove misure di confinamento è solo ed esclusivamente il virus stesso, con la sua diffusione. E questo rende superata in tempi brevi ogni analisi che prova ad azzardare l’impatto economico di lungo periodo della recessione. Neanche la certezza di un vaccino potrebbe, in tempi brevi, cambiare lo scenario: bisognerebbe produrlo, distribuirlo, vederne l’efficienza, e così via.

Aggiungiamo l’inquietudine del contesto geopolitico e il quadro di incertezza è completo. Dalla sfida Cina-Usa alle partite incrociate tra Europa, Turchia e Mediterraneo, arrivando allo scenario indo-pakistano il mondo ha riservato in questi mesi l’apertura di faglie significative, a cui non si può non aggiungere l’esplosione di crisi locali (Bielorussia, Libano, Mali) e l’esplosione di una crescente frustrazione ed esasperazione sociale nei Paesi più avanzati. Tutte queste evoluzioni rendono complesso il contesto economico globale e aumentano i dubbi sul momento in cui una nuova normalità e una nuova fase di ordine verrà a costituirsi.

Gli sviluppi internazionali segnalano dunque che la finanza globale è stata eccessivamente ottimista nel considerare facilmente gestibile l’uscita dalla pandemia. Il crollo delle borse è la realistica accettazione che la strada per la vittoria sul contagio sanitario e sulla pandemia economica è ancora lunga. Gli operatori finanziari hanno accelerato quando la strada ha iniziato a farsi ripida, sottovalutando però di gran lunga la lunghezza della salita, ovvero i tempi previsti per il superamento della crisi.

La reazione è stata in larga parte motivata al metodo di governance scelto per contenere il contagio economico, molto simile a quello utilizzato tra il 2008 e il 2011 attraverso lo sdoganamento di liquidità a basso costo non diretta verso un’economia reale rimasta per diverse settimane paralizzata su scala globale. Le prossime settimane saranno contraddistinte dalla volatilità finanziaria: il Covid-19 è prima di tutto il virus dell’incertezza che impone un adattamento rapido. Le società occidentali non hanno saputo comprendere in tempi rapidi l’esplosione esponenziale del contagio, ora bisogna evitare di ricadere nella fase più dura della pandemia e di pensare che anche l’economia possa riprendersi solo grazie all’ubriacatura di guadangi degli indici. Il brusco ritorno alla realtà potrebbe favorire una presa di consapevolezza: la crisi sarà sconfitta rilanciando l’occupazione, gli investimenti, l’economia reale su scala internazionale.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME