Un’ombra oscura aleggia sull’Italia e cresce, giorno dopo giorno, mese dopo mese, grazie – o meglio, per colpa – della pessima gestione che il governo italiano sta riservando a dossier industriali scottanti. La truppa giallorossa è una nave in balia della corrente, annaspa per non naufragare. Eppure, al momento, la tempesta che si è scatenata, pur forte che sia, ha originato solo tuoni e fulmini, e non ancora tifoni o uragani. Viene dunque da chiedersi cosa intenderà fare il Conte bis quando il gioco si farà davvero duro, e quando sarà necessario mettere sul tavolo proposte concrete e non promesse più o meno di facciata. Certo, la situazione italiana ha già raggiunto livelli di guardia. Dall’Ilva ad Alitalia, ci sono diverse micce innescate ma gli ordigni non sono ancora esplosi. Se l’esecutivo intende neutralizzare una deflagrazione a grappolo che potrebbe davvero mettere in ginocchio il Paese, è il momento che i Conte’s boys si rimbocchino le maniche e smettano di temporeggiare.

I nodi da sciogliere

Il problema più grande, cioè il nodo principale da sciogliere, riguarda il settore industriale. La matrioska “industria” contiene poi al suo interno una serie di crisi differenti ma tutte pericolose allo stesso modo. Stiamo parlando di vere e proprie potenziali bombe sociali, capaci di affossare non solo l’economia italiana, in termini di pil e statistiche varie, ma anche ampi strati del suo tessuto sociale, tra posti di lavoro in fumo, famiglie rovinate e città affossate. Il tempo scorre e ci sono scadenze che non possono più essere rimandate o nascoste sotto il tappeto. I dossier di cui stiamo parlando sono tre, ma oltre a questi ci sono tantissimi altre grane di minor rilevanza nazionale ma non per questo meno gravi: l’ex Ilva di Taranto, Peugeot-Fca e Alitalia.

Il rischio dei gilet gialli italiani

Facendo due previsioni, le più pessimistiche del caso, migliaia e migliaia di lavoratori potrebbero finire per strada in seguito a drastiche manovre aziendali. Il rischio è che il malcontento generale dei “perdenti della globalizzazione” possa sfociare in una protesta su piazza. Spieghiamo meglio: fin qui una buona parte dell’elettorato italiano ha sfogato la propria rabbia contro la politica italiana votando un partito di protesta come il Movimento 5 Stelle. L’argine grillino non è però più in grado di raccogliere il malcontento, anche perché il movimento si è fatto partito e ha contribuito a sua volta ad alimentare alcune crisi degne di nota. Si fa dunque strada un’ipotesi sconcertante. Agli sconfitti, se davvero sconfitti saranno, non resta che imitare i colleghi francesi: i gilet gialli. A quel punto, per l’Italia, sarebbe davvero un punto di non ritorno. Per evitare che le crisi aziendali, i conseguenti esuberi e la malagestione del governo possano contribuire a creare l’humus necessario per far nascere i gillet gialli con il tricolore appuntato sul petto, servono delle soluzioni. Le più semplici e immediate sono due: rimettere veramente il lavoro al centro della scena (i sindacati battano un colpo) ma soprattutto cambiare modus operandi (messaggio rivolto al governo). Meno propaganda e più politica con la p maiuscola. Sarebbe un buon inizio.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE