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La crescita di Wall Street garantita negli ultimi anni dalle politiche accomodanti della Fed e dalla gigantesca riforma fiscale dell’amministrazione Trump ha avuto tra i principali beneficiari il mondo bancario a stelle e strisce.

“America First!”, il motto elettorale di Donald Trump, si è sostanziato essenzialmente in “Wall Street First!”, e questo ha portato al decollo degli utili delle grandi banche, che nel 2019 hanno conosciuto una crescita esponenziale dei profitti registrati. Sei banche, da sole, hanno realizzato 120 miliardi di dollari di utili. Il balzo senza precedenti degli indici, che hanno guadagnato mediamente il 30% nell’esercizio fiscale appena concluso, ha portato a un ampliamento della leva garantita dagli investimenti in azioni, a una forte rivalutazione dei portafogli e a un incremento delle commissioni percepite dalle grandi banche statunitensi.

La sola Jp Morgan ha totalizzato 36,4 miliardi di dollari di utile, battendo il record per il maggiore utile registrato da una banca in un singolo esercizio finanziario. L’America dei Paperoni multimiliardari è trainata dalle banche, motore ruggente della nuova età dell’oro della finanza statunitense. Una finanza che oramai ha staccato ogni ormeggio che la teneva vincolata all’economia reale, nutrendosi di riacquisti di azioni proprie da parte delle società quotate (buybacks), inflazioni degli indici legate al quantitative easing permanente messo in campo dalla Fed e dalle altre banche centrali e di colossali sconti fiscali.

La ricetta vincente di Jp Morgan, secondo il Sole 24 Ore, è stata la capacità di cavalcare il boom delle “attività su imprese e mercati, aumentate del 31% con profitti immensi sul trading di bond e reddito fisso. La situazione ha galvanizzato i compratori a Wall Street, che hanno portato Jp Morgan a capitalizzare 433,5 miliardi. Per dare un’ idea, è circa uguale a 11 tra le maggiori banche europee: Barclays, Soc-Gen, Standard Chartered, Unicredit, Credit Suisse, Ubs, Bbva, Rbs, Ing, Lloyds e Crédit Agricole”. Come riporta Repubblica, inoltre, “le banche Usa spadroneggiano anche in Europa, ove ritengano. La classifica Dealogic dei primi nove mesi 2019 nell’ area Europa, Medio Oriente, Africa, vede Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley, Citi, Bofa nei primi sette posti (insieme alla franco- americana Lazard e alla franco-britannica Rothschild) per ricavi incamerati nelle fusioni societarie”.

Dietro la crescita degli utili c’è la mano dell’amministrazione Trump e della sua riforma fiscale, che ha ridotto notevolmente le aliquote di imposta sui profitti societari e sui guadagni da transizione finanziaria. L’effetto Trump è stato calcolato con precisione da Bloomberg, secondo cui le principali banche statunitensi avrebbero guadagnato complessivamente 32 miliardi di dollari dagli effetti della riforma, di cui 18 dai soli sconti fiscali conseguiti nel 2019. Il tutto senza aggiungere reale occupazione al mercato americano, anzi creando un effetto distorsivo per la perdita netta di 1.200 posti di lavoro nei sei principali istituti (Jp Morgan, Bank of America, Wells Fargo, Citigroup, Morgan Stanley, Goldman Sachs) nell’ultimo biennio.

Il boom bancario si inserisce nel più generale contesto del periodo d’oro per Wall Street nel triennio trumpiano: le 500 maggiori aziende quotate in Borsa hanno prodotto utili azionari per 17 mila miliardi, più di quanto sia mai avvenuto in passato. Questo ha permesso al Presidente repubblicano di mantenere le promesse elettorali riguardanti la crescita economica, mantenuta su una robusta media del 3%, ma la ha resa estremamente dipendente dai capricci della finanza e, soprattutto, ineguale. I brindisi delle élite di Wall Street a Donald Trump coprono certamente i meno soddisfacenti risultati ottenuti nell’economia reale, nell’industria manifatturiera e nei distretti della Rust Belt, ma contribuiscono a aumentare le già problematiche disuguaglianze nel Paese.

E così mentre i 400 uomini più ricchi d’America sommano coi loro patrimoni una cifra largamente superiore al Pil dell’Italia (3mila miliardi di dollari circa), la loro classe di riferimento paga mediamente meno tasse dei lavoratori semplici, essendo gravata da un’aliquota fiscale effettiva – calcolata sommando le tasse federali a quelle statali e a quelle locali – pari al 23%, a fronte del 24,2% dei secondi. La Trumpnomics, come fatto notare di recente, sconta il perenne dualismo tra queste due realtà destinate sul lungo periodo a entrare inevitabilmente in conflitto tra loro. Difficile che a rendersene conto siano, sul breve periodo, i banchieri di Wall Street. Seduti su una montagna di utili in una fase in cui la finanza a stelle e strisce sembra tornare a conoscere la hybris che l’ha in passato contraddistinta.