Nelle scorse settimane le banche e le istituzioni finanziarie statunitensi avevano iniziato a consigliare ai loro clienti e ai loro team di investitori di virare con forza verso l’acquisto di obbligazioni e titoli di Stato, come dimostrato dall’endorsement di giganti come Goldman Sachs e BlackRock ai Btp italiani. Ogni sviluppo finanziario ha però un contraltare, e in questo caso nei mercati europei segnati dalla crisi del coronavirus, con le economie a picco e le borse tuttora anemiche, le banche statunitensi stanno iniziando a mollare gradualmente il comparto industriale.

Nulla più dell’azione delle storiche regine della finanza mondiale ci ricorda, in questo frangente, quanto il problema del debito corporatedi stampo privato risulti maggiore rispetto alle fibrillazioni sul debito pubblico. Gli accantonamenti prudenziali richiesti alle banche in questa fase per premunirsi dal possibile default di imprese private su prestiti, mutui e debiti di ogni sorta sono notevoli, e per la finanza statunitense essi stanno impennandosi in maniera considerevole.

Al tempo stesso, come ha fatto notare il Financial Times di recente, “banchieri, adviser e compagnie esecutive d’Oltreceano stanno diventando, giorno dopo giorno, sempre più cauti nel sottoscrivere prestiti bilaterali e di sindacato verso grandi aziende del Vecchio Continente”. Le istituzioni finanziarie statunitensi sono chiamate ad azioni energiche sul fronte interno, dove l’amministrazione di Trump ha varato un piano di aiuti economici di chiaro stampo keynesiano per fugare i rischi di una prolungata depressione, e oltre Atlantico cominciano a vedere la situazione operativa come sempre più rischiosa.

La finanza statunitense, complici le annose frizioni tra Washington e Berlino, sembra voler in particolar modo recedere dagli impegni presi con le industrie tedesche: Jp Morgan si è ritirata dall’offerta per garantire una linea di credito anticrisi al colosso chimico Basf, Bank of America ha dimezzato il suo programmato impegno da tre miliardi di dollari a favore di AdidasGoldman Sachs, scrive Il Sussidiario, “dopo aver facilitato un syndicate loan da 3,5 miliardi di dollari per Fiat Chrysler solo a inizio aprile – ha rigettato l’ipotesi di operare per il rivale tedesco e suo antico cliente, Daimler, rispetto a una facility da 12 miliardi di euro. Insomma, non aziende da poco e con rating poco tranquillizzanti”.

Vi è sicuramente una componente legata alla scelta statunitense di “sfidare” Berlino a fare da sè e a non recedere dal piano interno che ha rottamato l’austerità a lungo predicata dalla Germania. Austerità che Barack Obama prima e Donald Trump poi hanno ritenuto il principale vincolo alla ripresa dell’economia europea e, dunque, a un rilancio globale dopo la Grande Recessione, favorendo come garante della solidarietà transatlantica l’ascesa di Mario Draghi e della sua Bce a uno standing globale. Al tempo stesso, la sfiducia delle multinazionali della finanza a stelle e strisce verso i colossi europei va via via consolidandosi.

Tali prestiti, ora negati, tuttavia “per alcuni soggetti, rappresentano proprio un’arma difensiva per non cedere alle lusinghe di presunti “cavalieri bianchi” d’Oriente, il cui atteggiamento negli anni non è cambiato”: in finanza, come in politica, vale la legge di compensazione del vuoto. E nel Vecchio Continente la Cina è pronta a inserirsi. Lo ha capito la Germania, che ha predisposto un fondo strategico anti-takeover, lo ha capito l’Italia, che ha schierato il Copasir, lo sta capendo con decisione la Francia. Colossi come Cnic Corporation, Hna e Fosun sono pronti a riversare i capitali pubblici dell’Impero di Mezzo nell’acquisizione di asset strategici europei favoriti dalla carenza di liquidità dei mercati. Catene di alberghi, compagnie di trasporto, compagnie aeree, società energetiche, Pmi e start-up di valore strategico sono i gioielli più ambiti, e oltre Manica anche il Times ha fatto notare che se la Cina si riprendesse per prima dalla tempesta finanziaria potrebbe avviare una strategia di espansione nelle aree più vulnerabili. Legittimo spirito di competizione politica: gli Usa possono seriamente perdere l’Europa, mentre quest’ultima si scopre, una volta di più, terreno di scontro. Oggetto e non soggetto di una grande partita finanziaria e geopolitica tra giganti che prosegue sotto traccia anche mentre il mondo è malato di coronavirus.