L’Eba, l’autorità bancaria dell’Unione Europea, ha recentemente pubblicato un rapporto sul tema della stabilità degli istituti del Vecchio Continente, provvedendo ad analizzare la stabilità degli asset, la redditività delle società e le prospettive future del settore.
L’analisi, compiuta su un campione decisamente significativo di 147 banche capaci di coprire l’80% della capitalizzazione europea del settore (tra cui 11 italiane), ha prodotto risultati interessanti e, sotto certi punti di vista, fatto scattare campanelli d’allarme. Le banche europee sono in generale ritirata sul fronte degli utili e della redditività.
“Il ritorno sul capitale (roe) medio degli istituti europei è calato nel trimestre dal 7 al 6,6%”, sottolinea Milano Finanza. Quelli italiani sono sopra la media all’ 8,5%, in calo dello 0,1% rispetto al mese precedente, ma al di sopra dei livelli registrati in Spagna (7,3%) e Francia (6,5%). Le banche più redditizie sono quelle ungheresi e dell’ Est Europa. Le peggiori sono invece le tedesche (0,3% nel terzo trimestre, dal -0,1% del secondo e dal 2,3% del primo), che hanno dati inferiori a quelle greche (3,2%).”
Il rapporto fa seguito a un’analisi di Moody’s pubblicata nello scorso dicembre, in cui le banche tedesche, assieme a quelle britanniche in via di preparazione per la Brexit, erano indicate come i principali fattori di indebolimento dell’outlook complessivo del sistema europeo.
Nonostante una sostanziale solidità patrimoniale complessiva a livello dell’Eurozona (patrimonio pari al 14,4% degli asset), le banche tedesche fanno peggio col 13,8%. A tirare verso il basso lo scenario germanico è il noto caso di Deutsche Bank e Commerzbank, istituti che destano preoccupazione dopo che nell’estate scorsa è fallito il tentativo di fonderli in un conglomerato unico.
In una Germania che ha perso il sentiero della crescita Deutsche Bank rappresenta il fattore di maggiore instabilità sistemica; Berlino deve convivere con un sistema finanziario che si è arricchito notevolmente con i crediti facili al di fuori del Paese finalizzati a finanziare l’export tedesco e ora, complice il rallentamento economico della Germania, è sbilanciato nel rapporto tra costi e ricavi, pari all’84%, come rileva il rapporto Eba.
Agli istituti tedeschi resta dunque poco più del 15% di margine per ottenere margini sempre più incerti di utile. Deutsche Bank ha recentemente reagito in maniera netta, puntando tutte le sue fiches sulla transizione all’intelligenza artificiale e al fintech per alleggerire i suoi organici, con le prevedibili consguenze per decine di migliaia di dipendenti.
Le banche tedesche, dunque, non sono affatto il fiore all’occhiello della finanza Ue. Se uno dei loro problemi maggiori, la difficile liquidabilità del Bund, potrà essere risolto nel contesto del safe asset europeo, le debolezze sistemiche risulteranno più problematiche.
In questo contesto l’Italia si posiziona in maniera sostanzialmente stabile. L’Eba rivela che il principale problema continuano ad essere i crediti deteriorati (7,2% di Npl ratio rispetto al 2,9% europeo), anche se essi hanno tassi di copertura superiori (53% contro 45%). Il rapporto costi/ricavi è al 64%, in linea con quello medio Ue (63%), mentre la principale garanzia di stabilità è data dalla presenza nel portafoglio di una quota di asset mediamente molto liquida (64% contro una media Ue del 30%), certificazione di appetibilità per i prodotti commerciati dal sistema italiano. Per Roma, come insegnano i casi Carige e Popolare di Bari, il problema resta semmai la vigilanza prudenziale e il suo rapporto con quella, eccessivamente severa, impartita in passato da Francoforte: ma il rapporto Eba ci ricorda che, se dovessimo indicare un sistema finanziario rischioso per l’Europa, guarderemmo con più attenzione a Berlino piuttosto che al nostro Paese.
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