Era sembrato quasi frutto di un incantesimo il rapido cambio di rotta di Angela Merkel e dell’esecutivo tedesco riguardo al Recovery Fund avvenuto nelle scorse settimane: da condanna assoluta a ferreo sostegno, in uno scenario alquanto insolito per la Germania. Tuttavia, come in tutte le decisione politiche era chiaro che alla base ci fosse un ragionamento ben ponderato e tutto quello che è accaduto negli ultimi 20 giorni nel comparto bancario e finanziario della Germania non è che la punta dell’iceberg di un problema ben più profondo.

Le banche e le finanziarie della Germania, secondo molti esperti, sono considerati infatti dei veri e propri “cadaveri ambulanti”, con Deutsche Bank e Commerzbank (rispettivamente, prima e seconda banca del Paese) che a detta di molti si tengono in vita soltanto grazie ai finanziamenti pubblici e a comportamenti al limite della regolarità. E in questo scenario, appare chiaro come per la Germania la possibilità di salvare il proprio comparto bancario anche grazie alla liquidità fornita dalla Bce era un’ipotesi da non scartare e che è stata verosimilmente il tassello mancante nella lettura del cambio di passo della Merkel negli scorsi giorni.

L’euro e la crisi hanno tagliato le gambe alle banche

Prendendo come esempio la situazione italiana – e come messo in evidenza da Il Messaggero – nonostante qualche alto e basso le banche italiane sono rimaste solide sino al momento in cui sono entrati in gioco i primi effetti dell’euro, scemando i vantaggi della lira. Da quel momento in avanti le cose sono cambiate drasticamente: un po’ a causa dei ridotti guadagni sui crediti concessi e un po’ a causa di una ridotta svalutazione della moneta che ha ridotto le possibilità di restituzione del denaro da parte dei clienti, la costruzione standard del Business Plan bancario è entrato in crisi. Tuttavia, sino al 2008 le banche italiane – ed europee – sono riuscite a tenere il passo con i tempi, modificando piano piano il proprio modus operandi e puntando sul comparto dei servizi. Con la crisi dei mutui subprime del 2008, il fallimento del colosso americano Lehman Brother e le ripercussioni sull’Europa nel 2011 si sono però rivelate essere un terremoto che ha messo in crisi l’intero comparto bancario europeo.

L’abbassamento del tasso di sconto da parte della Bce per dare impulso all’impresa, le aumentate misure di vigilanza finanziaria e le garanzie aggiuntive necessarie per far parte del sistema bancario unico hanno svolto la restante parte del lavoro. Oggigiorno, infatti e salvo poche eccezioni, le banche non sono in grado di reggere i loro costi, entrando molto spesso in perdita reale nel momento in cui si devono contare le sofferenze e le insolvenze della clientela. In uno scenario che, purtroppo, è riproposto quasi specularmente in tutta Europa.

I tagli del settore sono l’indice dell’instabilità

Negli ultimi anni – stando sempre a quanto riportato da Il Messaggero – il settore bancario europeo si è contraddistinto quasi ovunque per due importanti misure messe in atto: l’accorpamento degli istituti di credito in entità dalle maggiori dimensioni e la riduzione delle filiali presenti sul territorio. Tale trend – iniziato in Italia con la maxi-fusione San Paolo e Banca Intesa e proseguito con lccrea Banca e l’unione delle banche del territorio – è molto significativo se analizzato sotto l’aspetto di un tentativo di ridurre i costi societari. Molte banche hanno infatti iniziato ad operare maggiormente tramite la rete, hanno ridotto gli sportelli relegando alle filiali il semplice compito di consulenza e soprattutto si sono ritirate da quei territori meno redditizi (al punto che, in certe province, la loro presenza è davvero esigua e limitata quasi totalmente alle banche del territorio).

Quando in un’azienda si inizia a parlare di “tagli”, quasi sempre si intendono i costi fissi e il personale: in fondo, esattamente quello che è successo al comparto bancario italiano, sebbene “velato” dalla giustificazione della necessità di aprirsi al mondo del digitale per tenere il passo dell’Europa. E se si palesa la necessità di mettere in atto dei tagli, generalmente, è perché gli utili si sono ridotti o, peggio, l’attività è entrata in una pesante spirale di perdita che vuole velocemente invertire. Ma in questo caso – per una volta – l’Italia non ha conquistato il cucchiaio di legno: Berlino, in questa occasione, è riuscita a fare molto peggio di Roma.

Il comparto bancario tedesco è in crisi nera

Esattamente come in Italia, le banche tedesche si dividono tra colossi operativi a livello nazionale (come la Deutsche Bank e la Commerzbank) e tra istituti di credito del territorio, definiti col nome di Landesbank. Mentre quest’ultime, per loro stessa natura, movimentano delle cifre decisamente inferiori e spesso in modo ben consapevole data la limitatezza del loro segmento di clientela, i grossi istituti di credito tedesco hanno operato dalla dismissione del marco quasi a occhi chiusi, in uno scenario economico in continua evoluzione. E in questa modalità, purtroppo per loro, i risultati hanno tardato eccessivamente ad arrivare, al punto che sia Monaco di Baviera che Francoforte non sarebbero in grado di sorreggersi senza l’aiuto dei contribuenti tedeschi – e di un’organo di vigilanza eccessivamente fiacco nel suo operato.

Come già evidenziato negli scorsi giorni, dunque, la Germania ha confermato tutti i limiti del suo comparto creditizio e finanziario, ormai entrato in una spirale fallimentare con davvero pochi eguali cui conseguenze peggiori sono state evitate soltanto grazie all’intervento del Tesoro tedesco. In uno scenario che – strano a dirsi se si pensa alla centralità del sistema bancario nel XX secolo –  vede la locomotiva tedesca appesantita proprio da quello che storicamente dovrebbe essere il suo fiore all’occhiello.

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