Negli ultimi anni l’Italia ha dovuto fare i conti con diverse crisi che, in tempi e modalità differenti, hanno colpito il suo sistema bancario. Dalla Monte Paschi alle Venete, da Carige a Etruria passando per il recente problema capitato alla Banca Popolare di Bari: queste sono solo alcune delle banche scottate che non hanno fatto (e non fanno) dormire sogni tranquilli a Roma. Eppure, facendo due conti e dando un’occhiata alla classifica dell’Eba, cioè dell’Authority bancaria europea (ben diversa dalla Banca centrale europea), notiamo come il nostro Paese possa contare su istituti ben più redditizi di quelli francesi o tedeschi. E pensare che Francia e Germania hanno più volte puntato il dito contro il sistema italiano economico evocando una presunta “rischiosità” dell’assetto. Insomma, nonostante l’ultima grana rappresentata dalla Bpb, per la quale il governo dovrà staccare un assegno da 900 milioni di euro per assicurarne il salvataggio ed evitare una vera e propria debacle per i clienti, Parigi e Berlino farebbero meglio a guardare in casa propria.

Italia promossa

La classifica stilata dall’Eba e ripresa dal quotidiano Libero tiene conto del Return on equity (Roe), ovvero del ritorno degli investimenti, un indice che in poche parole misura la temperatura della redditività del capitale (cosa ben diversa dalla solidità presa in considerazione dall’indice Cet1). In ogni caso, sono state monitorate solo le banche sotto la supervisione della Bce. Fatte queste dovute premesse, possiamo concentrarci sulla graduatoria, in cui spicca una buona parte del sistema bancario nostrano. L’aspetto più evidente è che la media del Roe delle banche italiane più grandi è aumentata dello 0,4% su base annua, passando dal 7,69% nella secondo trimestre del 2018 al 7,73% del 2019. Gli istituti citati sono Monte dei Paschi di Siena ,Intesa San Paolo, Carige, Unicredit, Popolare di Sondrio, Banco Popolare, Popolare di Vicenza, Mediobanca, Barclays Italia, Iccrea Holding (capofila Bcc), Veneto Banca, Banca Popolare Emilia Romagna, Bnl, Ubi Banca e Banca Popolare di Milano. In questa lista troviamo anche alcune banche italiane “a rischio”, come Carige, il cui salvataggio deve ancora concludersi. Allarghiamo adesso la veduta anche agli istituti stranieri. Parigi ha un Roe del 6,41% mentre Berlino dello 0,1%: fa specie considerare che i tedeschi, nel 2018, potevano contare su un valore pari al 3,17%. L’Italia fa meglio anche di Belgio, Portogallo, Grecia, Irlanda e Lussemburgo. Meglio di noi la Slovenia, la quale può contare su un Return on equity dell’11,89% e la Lettonia (11,71%), anche se le loro economie non possono minimamente competere con quella italiana.

I veri malati d’Europa

Le considerazioni da fare sono almeno tre. Primo: le ombre nere sulle banche stanno evaporando e il peggio sembra ormai passato. Secondo: le banche italiane hanno tolto di mezzo i crediti deteriorati (cedendone una cinquantina di miliardi) e, in generale, sono state brave a ripulirsi. Come se non bastasse gli istituti nostrani hanno iniziato a prestare soldi con maggiore accortezza e le perdite si sono ridotte, così come la svalutazione; parallelamente sono aumentati i guadagni, che derivano non solo dagli interessi ma dalle commissioni. Terzo: a minacciare la tenuta dell’Europa, come ama ripetere Berlino, non sono più gli istituti italiani bensì quelli tedeschi. Non a caso Deutsche Bank e Commerzbank, che contano rispettivamente lo 0,5% e il 3,8% del ritorno sul capitale tangibile, sono due dei più gravi malati del continente. Il governo tedesco continua a collezionare salvataggi su salvataggi delle proprie banche pubbliche, senza che nessuno, da Bruxelles, alzi la mano per parlare di aiuti di Stato.

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