Fino a pochi mesi fa erano considerate una seria minaccia per tutto l’Occidente ma adesso, con la diffusione dell’epidemia del nuovo coronavirus, le aziende cinesi produttrici di smartphone sono in ginocchio.
A causa dell’emergenza sanitaria, infatti, la Cina si è blindata. Il governo è stato costretto ad attuare drastiche misure, tra le quali il prolungamento delle festività del Capodanno cinese e quindi vacanze forzate anche per tutte quelle imprese considerate non fondamentali.
Il problema è duplice e riguarda tanto il Dragone, che senza i profitti di queste imprese vede la sua economia deteriorarsi, quanto il resto del mondo, visto che anche gli smartphone occidentali si affidano a fornitori cinesi. La Cina non è più la fabbrica del mondo da almeno un decennio, eppure la filiera dei cellulari e di altri beni tecnologici dipende ancora dall’ex Impero di Mezzo.
Vendite di smartphone in calo
Lo scenario economico non lascia presagire niente di buono. La maggior parte delle fabbriche cinesi ha sospeso la produzione mentre quelle aperte devono fare i conti con le enormi difficoltà riscontrate dai dipendenti nel rientrare a lavoro. Come se non bastasse molti negozi e centri commerciali sono vuoti o chiusi, dunque le probabilità che qualche cinese decida di acquistare un telefono in questo periodo sono ridotte al lumicino.
Il danno economico è enorme, tanto che il Ceo di Xiaomi, Lei Jun, ha esortato l’industria cinese degli smartphone a tornare al lavoro quanto prima. Come racconta Reuters, il signor Lei ha rilasciato alcune importati dichiarazioni durante il lancio dei nuovi top gamma Mi 10 di Xiaomi: “Le vendite di smartphone del primo trimestre di quest’anno avranno un impatto a causa del coronavirus ma crediamo che nel secondo e terzo trimestre possa esserci una ripresa”.
Certo, le capacità e lo stock di Xiaomi sono sufficienti, al momento, ma nelle prossime settimane le consegne potrebbero seriamente essere compromesse visto che numerose fabbriche non hanno potuto riprendere il lavoro fino al 10 febbraio.
Aziende in difficoltà
La situazione per Xiaomi è particolarmente complessa visto che il brand cinese a dicembre aveva aperto una seconda sede a Wuhan, proprio nell’epicentro del contagio del Covid-19:adesso quei 2.000 dipendenti sono in stand by. Pechino ha rallentato le restrizioni ai viaggi delle persone ma molti lavoratori migranti hanno ancora difficoltà a tornare a lavoro.
Gli esperti sostengono che il virus provocherà un calo delle spedizioni di smartphone dalla Cina continentale di circa il 40% nel primo trimestre rispetto al medesimo periodo di un anno fa. E pensare che Xiaomi, nel 2018 quarto produttore mondiale di smartphone, così come le rivali cinesi Huawei, Oppo e Vivo, speravano di aumentare le vendite nel 2020 rilasciando più telefoni abilitati per il 5G e compatibili con le nuove infrastrutture recentemente installate nel Paese.
È tuttavia doveroso fare una distinzione perché mentre Xiaomi e Oppo avevano scelto di adottare una strategia commerciale finalizzata alla conquista dei mercati esteri, Huawei, pur ragionando allo stesso modo, si ritrova maggiormente esposta alle fluttuazioni interne all’economia cinese; il colosso di Shenzen ha infatti venduto il 60% dei suoi dispositivi all’interno del Paese. Per quanto riguarda Oppo e Vivo, la loro spada di Damocle sarà rappresentata dalla chiusura dei negozi offline, visto che il loro punto di forza si basava proprio su questo.
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