Gli Stati Uniti stanno gradualmente alzando il livello del confronto con la Repubblica Popolare Cinese nei campi ove la sfida tra le due grandi potenze è maggiormente animata. Tra questi, assieme alla tecnologia non si può non indicare come primario fronte la partita per la connettività geoeconomica e commerciale, che vede gli States intenti a contenere e cercare di limitare i grandi progetti infrastrutturali sognati da Pechino nel quadro della “Nuova via della seta”.

L’area del Mediterraneo, e in particolare l’Italia, sono tra gli scenari in cui maggiormente la competizione in entrambi i campi si fa sentire con asprezza. E, anzi, una partita chiama l’altra in un contesto che vede la Cina essere profondamente inserita nell’unico Paese del G7 ad aver firmato il memorandum di adesione alla Belt and Road Initiative e in un contesto che vede Roma crocevia di interessi divergenti. La Cina punta fortemente sui rapporti politici ed economici con l’Italia, ha investito nelle reti, nelle autostrade, nella finanza, nelle telecomunicazioni; gli Usa chiedono all’Italia il rispetto della scelta di campo occidentale e mirano a segnare con forza le linee rosse oltre cui i Paesi alleati non devono spingersi nel fare affari con Pechino.

Recentemente, due sono state ben precisamente indicate: la nota richiesta di ridurre il peso di Huawei nel 5G europeo e italiano e il lancio di sanzioni contro le aziende legate alla galassia di China communication construction company (Cccc), colosso delle infrastrutture a controllo statale attivo in partnership con due porti strategici del nostro Paese, quelli di Trieste e Taranto. Il capoluogo giuliano è da diversi anni nel radar delle influenze cinesi, mentre anche lo scalo pugliese sta gradualmente venendo interessato. E nelle ultime settimane sta crescendo la sensazione che i due strategici porti italiani possano entrare nella “lista nera” statunitense se le attività di Pechino per il loro sviluppo aumenteranno.

Dato che ora le aziende statunitensi attive nei settori di riferimento di Cccc avranno bisogno di permessi speciali per lavorare con il colosso cinese, Trieste rischia di poter vedere i suoi affari con Oltre Atlantico profondamente ridimensionati. Zeno D’Agostino, presidente dell’autorità portuale del capoluogo giuliano, ha dichiarato a Il Piccolo che è il governo italiano a dover indicare se Trieste deve o meno proseguire i suoi legami con Cccc, a sua volta nel mirino di Usa e 007 italiani, assieme alla turca Yilport, perchè ritenuta pericolosamente in grado di impadronirsi strategicamente dello scalo di Taranto.

La logistica portuale, i commerci e la connettività aumentano l’integrazione strategica con i progetti cinesi, gettando fumo negli occhi di Washington. I rischi di una marginalizzazione ad opera delle potenze Nato e dei loro attori economici per un effetto di emulazione delle scelte Usa nei confronti dei centri portuali italiani deve far pensare, soprattutto, in una logica comparata.

L’Italia, ad esempio, ha ridimensionato ma non bandito del tutto Huawei e mantiene nel suo sistema economico aziende strategiche, come Cdp Reti, a forte partecipazione di un altro colosso, State Grid, che presto potrebbe finire nel mirino delle sanzioni a stelle e strisce. Le linee rosse di Washington vengono applicate sotto forma di pressioni esercitate nei confronti di bersagli ben mirati nel campo avversario: le sanzioni sono lo strumento per mettere alleati e rivali di fronte al fatto compiuto. Fai affari con le aziende cinese della lista nera? Ti assumi rischi e pericoli, come del resto Washington già lascia intendere dai tempi della firma italiana al memorandum per la Bri.

La prossima visita di Mike Pompeo nella penisola, ufficialmente mirata alla Città del Vaticano, porterà sicuramente il Segretario di Stato a dialoghi ad alto livello, in chiave informale, con funzionari ed esponenti del governo Conte, in cui le posizioni statunitensi saranno ribadite con forza. Saprà il governo M5S-Pd rendersi conto che, indipendentemente dalle scelte finali, è ora di tornare a mettere in campo una politica estera concreta? Saprà mediare tra sicurezza nazionale, realistiche esigenze economiche legate ai rapporti con la Cina e rispetto degli oggettivi rapporti di forza nel campo Nato? O continuerà a oscillare, in maniera naif, senza considerare il versante geopolitico della sfida Cina-Usa? Dal governo, in un senso o nell’altro, è attesa una decisione chiara sulla misura in cui modulare i rapporti con la Cina. Far finta di nulla rischia, sul lungo periodo, di far indispettire profondamente nei nostri confronti sia Washington che Pechino.