Valdis Dombrovskis è falco tra i falchi europei. Un censore dei conti pubblici severo che interpreta alla lettera le regole su debito, rapporto deficit/Pil e austerità economica, oggi centrale nell’architettura della Commissione europea di Ursula von der Leyen. In cui gli spetta il ruolo di “supercommissario” all’Economia, supervisore diretto di Paolo Gentiloni, che agli Affari Economici ha sostituito il francese Pierre Moscovici famoso per essere stato nel 2018, assieme all’ex premier lettone, il più feroce censore della manovra italiana del governo gialloverde.

In un climax di tensioni in cui si toccarono eccessi da una parte e dall’altra Dombrovskis e Moscovici si distinsero per attacchi a freddo, frasi preoccupate sui conti pubblici italiani pronunciate a mercati aperti, atteggiamenti sprezzanti. Dombrovskis, vicepresidente più importante della von der Leyen, aveva usato parole dure anche in occasione dell’audizione di Gentiloni a settembre: “Dobbiamo vigilare sui possibili rischi alla stabilità economica e finanziaria e preservare finanze pubbliche sostenibili. Una politica di bilancio responsabile in questa fase significa anche migliorare le finanze pubbliche e usare lo spazio di bilancio per sostenere investimenti e riforme”. La rinuncia del governo Conte II a negoziare un “superdeficit” in manovra e la fine delle illusioni di maggiori dividendi per l’afflato europeista del governo giallorosso sono state dovute in larga parte all’inflessibilità del politico lettone.

Risulta dunque sorprendente confrontare l’atteggiamento passato di Dombrovskis con le sue dichiarazioni più recenti. In un’intervista a Federico Fubini apparsa sul Corriere della Sera, infatti, Dombrovskis ha ostentato soddisfazione per il contenimento del deficit pubblico italiano nel 2019, anno dell’entrata in vigore della manovra basata su Quota 100 e reddito di cittadinanza messa in campo dal governo M5s-Lega.

Risulta quasi ironico constatare che Dombrovskis si stupisca di una realtà dei fatti scritta in partenza. Pensare alla sfida tra il governo gialloverde e Bruxelles come a una partita politicamente cruciale basata su due opposte concezioni delle politiche economiche era fuorviante. La battaglia è infuriata su pochi decimali, legati a concetti estremamente tecnici come l’output gap, e alla funzionalità per i gialloverdi e la Commissione di individuare nella controparte il nemico perfetto per fini di comunicazione politica.

Annunciando il deficit/Pil al 2,4%, prima di negoziare con l’Ue il 2,04%, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria si erano affrettati a ricordare che le prospettive scontavano un margine legato alla necessità di costruire un “cuscinetto di sicurezza”, e che il reale dato sarebbe stato in fin dei conti inferiore. Fattispecie confermata dalla realtà dei fatti e dai dati, come il più recente Bollettino economico della Banca d’Italia, secondo cui il deficit reale per il 2019, anno di entrata a regime delle misure gialloverdi, non supererà il 2,2% del 2018. Un dato che conferma il trend decrescente del deficit italiano in rapporto al Pil già costituitosi dal governo Monti a quello Gentiloni e che dovrebbe far scattare l’allarme opposto: la carenza di investimenti produttivi in un contesto di perenne stagnazione dell’economia.

Al tempo stesso, la manovra gialloverde non si è dimostrata rivoluzionaria, ma nemmeno disastrosa: il moderato sentiero di crescita del 2019, per quanto costretto a scontare i dati dell’ultimo trimestre, si trasmetterà sicuramente al 2020 e al 2021.

Dombrovskis, dunque, elogia i risultati del governo che ha politicamente combattuto e, forse per mascherarsi, non sindaca il fatto che l’attuale governo Conte II abbia negoziato un deficit pari al 2,2% del Pil con la certezza, certificata recentemente dal Fmi, che il dato reale sarà almeno del 2,4. Contraddittorietà e doppi standard dei vertici Ue che oramai non dovrebbero più stupire. Parlando con Fubini, Dombrovskis concede, a parole, ai giallorossi uno spazio politico per la negoziazione a pacchetto del Mes e delle misure affini. Avendo ben presente che le parole del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno sono state inequivocabili: Roma potrà al massimo limare i dettagli, non l’impianto del “fondo salva-Stati”. Al confronto delle acrobazie sul deficit di Dombrovskis, però, queste dichiarazioni ci sembrano addirittura sincere.