Le prime crepe sono comparse all’inizio della pandemia di Covid. In quel periodo fatto di chiusure e limitazioni, mascherine e divieti di spostamento, in Cina il tasso di disoccupazione giovanile urbana nella fascia d’età compresa tra i 16 e i 24 anni ha toccato il 20%. Il picco, o meglio il record, è stato registrato alla metà del 2023: 21,3%. A quel punto l’Ufficio Nazionale di Statistica ha smesso di pubblicare i dati confermando la delicatezza della situazione, salvo poi riprendere qualche mese più tardi utilizzando un metodo di calcolo a ribasso. Eppure, nonostante l’aggiustamento artificiale, nel febbraio 2025 la disoccupazione giovanile si attestava comunque al 16,9%. A maggio, ultima rilevazione nota, il valore è calato al 15,6%.
A complicare il quadro troviamo l’enorme pressione sul settore lavorativo generata dalla mastodontica mole di laureati che ogni anno escono dalle università cinesi. E proprio in queste settimane, in concomitanza con la fine dei cicli accademici e le cerimonie finali, 12,7 milioni di studenti – il 4% in più su base annua – sono pronti a entrare nel mercato del lavoro alimentando ulteriormente la concorrenza.
Troppa concorrenza, poco lavoro
Ci sono altri due numeri abbastanza emblematici. Il primo riguarda il tasso di disoccupazione per la fascia d’età dai 25 ai 29 anni, esclusi gli studenti, che a marzo si è attestato al 7,7% (in aumento rispetto al 7,2% di febbraio e il più alto per questo range da quando l’indicatore è stato introdotto nel dicembre 2023). Il secondo chiama in causa il tasso di disoccupazione urbana complessivo che, sempre a marzo, è salito al 5,4% (rispetto al 5,3% del mese precedente).
Se fino a qualche decennio fa la Cina era in grado di soddisfare sia la domanda di una manodopera non specializzata (nelle suoi imponenti distretti industriali nel Delta del Fiume delle Perle) sia quella specializzata (nelle grandi aziende statali e non), oggi quello spazio si è ristretto. In primis a causa dell’inevitabile rallentamento economico causato dalla guerra commerciale contro gli Stati Uniti. E poi per la decisione governativa di puntare sull’intelligenza artificiale e sull’automazione.
Per quanto riguarda invece gli studenti universitari, molti dei quali tradizionalmente attratti dalla pubblica amministrazione, sono semplicemente troppi per pochi posti disponibili. Basti pensare che, durante gli esami per la pubblica amministrazione dello scorso anno, 2,8 milioni di candidati si sono contesi solo 38.100 posti. E ancora: a un annuncio lavorativo della China National Nuclear Corporation per 8.000 posizioni hanno risposto 1.196.273 candidati. Le probabilità di essere presi? Circa 150 a 1. Più che sperare di entrare ad Harvard (25 a 1).
I sogni infranti di una generazione (dis)illusa
Con un mercato del lavoro così desolante, diverse università hanno iniziato a offrire corsi di formazione professionale agli studenti, incoraggiando al contempo i dottorandi a conseguire master più orientati al mondo del lavoro. E i giovani come hanno risposto? Molti hanno deciso di continuare a specializzarsi con studi post-laurea per migliorare le proprie prospettive, altri hanno rimandato l’ingresso nel mondo del lavoro, altri ancora si sono rivolti alla gig economy.
Secondo il think tank China New Employment Forms Research Center il numero di persone con un impiego flessibile – senza un contratto a tempo pieno e indeterminato – alla fine del 2026 toccherà quota 320 milioni (una cifra quasi pari alla popolazione degli Stati Uniti e circa il 44% della forza lavoro cinese), con un bel balzo in avanti rispetto ai 280 milioni del 2025.
Il New York Times ha intanto fatto notare che per molti giovani cinesi il futuro non si prospetta affatto roseo. Per far fronte alla situazione, alcuni di loro si affidano ai social ricordando, attraverso meme e post, scene dei primi anni 2000 quando l’economia era in rapida crescita. Oltre la Muraglia sta così nascendo una sottocultura digitale soprannominata Chinese Dreamcore. La nostalgia è però soltanto il sintomo evidente di un malessere socio-economico molto più grande.