Quando ha messo piede alla Casa Bianca Joe Biden si è trovato a dover gestire un’economia segnata sia dalle incertezze legate alla pandemia e alla destrutturazione delle catene globali del valore sia da un graduale ritorno alla vitalità avviatosi nel semestre conclusivo del 2020: dopo un catastrofico -30% del Pil nel secondo trimestre segnato dall’esplosione del Covid-19 negli Stati Uniti gli ultimi mesi di governo di Donald Trump sono stati contraddistinti da una ripresa della produzione industriale, dei servizi, dei consumi che si è trasmessa ai primi mesi della nuova amministrazione.

Biden, nei mesi in cui si avviava la trionfale campagna vaccinale che ha portato gli States a poter immaginare il futuro post-pandemico, ha varato il nuovo pacchetto di aiuti da 1,9 trilioni di dollari e ha iniziato a progettare politiche economiche mirate a ricostruire un nuovo consenso, a calibrare in senso keynesiano la presenza dello Stato nell’economia, a sanare le diverse vulnerabilità che affliggono la società a stelle e strisce, curandone le disuguaglianze e restituendole coesione, a ridurre la dipendenza del Paese in diversi settori critici e decisivi per la competizione tecnologica e strategica del futuro. La visione d’insieme del nuovo presidente si esprime nelle due nuove proposte, denominate American Jobs Plan e American Families Plan, con cui l’amministrazione intende iniettare nell’economia oltre 4 trilioni di dollari di risorse aggiuntive.

Prima di poter calcolare gli effetti dei nuovi programmi infrastrutturali, dei trasferimenti diretti alle famiglie e dei progetti di rilancio del welfare dell’amministrazione Biden e ancor prima di calcolare il loro effetto-leva su una crescita che nel primo trimestre ha accelerato dal +4,3% di fine 2021 fino al 6,4% e che la Fed prevede destinata a toccare quote superiori al 7% entro fine anno va considerato il fatto che le politiche della “Bidenomics” devono affrontare e doppiare due scogli importanti sul breve periodo. Da un lato, il ritorno delle pressioni inflazionistiche nell’economia a stelle e strisce; dall’altro, il rischio di rigidità nel mercato del lavoro.

Lo spettro dell’inflazione

Il ritorno dell’inflazione, ha fatto notare la Cnn, sta insorgendo come sommatoria tra il ritorno massiccio dei cittadini statunitensi ai consumi e l’effetto-acceleratore della marea di liquidità in circolo tra sistema economico e finanziario, che unitamente alla diffusione di crescenti prospettive di ripresa della circolazione interna al Paese, della mobilità e del business ha stimolato un incremento dei prezzi. A sua volta influenzato in termini rialzisti dalla crisi che sta caratterizzando il mercato di diverse materie prime strategiche, dalle tensioni geopolitiche con la Cina che portano prodotti cruciali come i semiconduttori al centro di un braccio di ferro sistemico e dalla corsa del prezzo degli idrocarburi che impatta sulla logistica e i trasporti. Tutta la filiera dei prezzi, in ogni settore, si sta muovendo e, nota la Cnn, le imprese e i cittadini sentono il peso di questo cambiamento. Geoff Freeman, Ceo del Consumer Brands Association che rappresenta l’industria del cibo e delle bevande di largo consumo, ha parlato di un “contesto senza precedenti” per definire l’aumento generalizzato dei prezzi a livello sistemico. Col timore, malcelato, che una “tempesta perfetta” possa crearsi a causa della sovrapposizione tra una domanda in costante ascesa e un’offerta incapace di tenere il ritmo.

Sul fronte del mercato del lavoro, invece, le stime più attendibili riferite dal Financial Times parlano di circa 10 milioni di posti di lavoro che devono ancora essere recuperati rispetto al picco pre-pandemia e, al contempo, segnalano la presenza di un mismatch che vede la presenza di forti quote di occupazione non soddisfatte in settori come la ristorazione e il servizio nei bar a causa delle incertezze sugli aumenti dei salari, della presenza di schemi di tutela dei redditi per i disoccupati rivelatisi efficienti e generosi, e delle debolezze strutturali del welfare che impediscono la conciliazione lavoro-famiglia per i genitori di figli giovani. E con le industrie che faticano ancora a riprendere i pieni ritmi pre-Covid, ne è conseguito che i numeri sui nuovi posti create ad aprile siano stati decisamene inferiori alle previsioni: 226.000 rispetto ai 770.000 di marzo. Gli analisti si aspettavano un rimbalzo degli occupati di 978.000 nuove unita, 752.000 in più di quanto ha registrato il dipartimento del Lavoro di Washington. I piani di stimolo possono aiutare a accelerare sull’occupazione ma non a creare materialmente il lavoro in fasi in cui il boom dei disoccupati involontari non è drammatico come quello di inizio 2020.

L’amministrazione Biden dovrà, in prospettiva, risolvere un dilemma: ritenere l’economia a stelle e strisce surriscaldata dai pacchetti di stimolo, e porre un freno ai progetti più ambiziosi che guardano al lungo periodo per evitare che creino pressioni inflazionistiche ma rinunciando ai dividendi per le industrie e l’occupazione, o affrontare il vero nodo della questione, e cioè il fatto che buona parte delle problematiche dell’economia nazionale è legata alla divaricazione tra l’economia reale, Main Street, e la finanza di Wall Street. Che con l’iperdilatazione dei listini ha creato le condizioni perchè buona parte della liquidità fosse assorbita dal gioco borsistico e non dallo stimolo a industria e produzione. Nel breve e medio periodo la Fed potrebbe tornare in gioco alzando i tassi e cercando di dare una frenata a questo processo, anche per permettere un maggior coordinamento tra i prestiti bancari e l’attività economica reale. Quel che è certo è che rafforzare le robuste componenti strutturali della ripresa Usa con azioni politiche non sarà facile: su piani come quello delle infrastrutture, però, Biden può ottenere risultati puntando a strutturare azioni che abbiano ambiziose vedute di lungo termine. Mirando a superare indenne l’attuale fase che vede accumularsi contingenze imprevedibili, i cui effetti materiali sulla crescita americana si vedranno solo tra alcuni mesi.

 

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