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Techlash è un neologismo coniato nel 2018 dall’Economist per sottolineare la possibilità di crisi di rigetto e risposte negative sul piano mediatico, commerciale e politico da parte delle istituzioni e del grande pubblico contro gruppi tecnologici accusati di abuso di posizione dominante o pratiche scorrette. E sembra proprio essere questo il caso di quanto sta subendo, nelle ultime settimane, WhatsApp, l’app di messaggistica più utilizzata al mondo, dal 2014 parte dell’impero di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook.

WhatsApp ha annunciato un aggiornamento della disciplina sulla privacy, cui i suoi utenti dovranno adeguarsi entro l’8 febbraio. WhatsApp cambia la privacy: accettare o chiudere l’account. “Molte aziende si affidano a WhatsApp per comunicare con i propri clienti. Collaboriamo con le aziende che usano Facebook o con terzi per archiviare e gestire al meglio le comunicazioni fra aziende e utenti su WhatsApp” è quanto si legge nel comunicato diramato dalla società che gestisce l’applicazione dopo l’annuncio dell’uscita della versione WhatsApp Business che mette direttamente in contatto imprese e loro clienti. Sostanzialmente tutte le società dell’impero di Mark Zuckerberg potranno, di qua in avanti, ricevere dati sulle attività degli utenti sulla piattaforma di messaggistica: indirizzo Ip, geolocalizzazione, transazioni poste in essere e via dicendo.

Il tutto con una sola, grande eccezione: l’Unione Europea. Sul cui suolo WhatsApp si è dovuta scontrare con le disposizioni della normativa Gdpr, allo stato attuale la più avanzata al mondo in termini di difesa dei diritti dei consumatori di fronte allo strapotere dei colossi tecnologici. E ancora più dei dilemmi legati al bando dei profili social di Donald Trump o dei casi di “censura” mediatica a organi della stampa (che in Italia hanno colpito su Twitter l’account di “Libero” e su Google l’app de “Il Manifesto”) è la reazione globale suscitata dall’aggiornamento delle condizioni di WhatsApp, che a Menlo Park chiedono di accettare entro l’8 febbraio, a segnalare la criticità delle azioni dei potentati tecnologici.

Il caso WhatsApp, infatti, è la summa di tutte le discussioni che si fanno da anni sul tema. In esso sono racchiusi:

  • La spinta del big tech a farsi sempre più pervasivo nella corsa ad accumulare e sfruttare i dati personali degli utenti.
  • Il sostanziale unilateralismo delle piattaforme che, forti del rapporto di forza con i consumatori dei loro servizi, impongono senza grande preavviso svolte nella gestione delle informazioni prodotte.
  • La presenza di contropoteri a livello territoriale e in forma politia di fronte agli abusi di posizione dominante.
  • I rischi connessi a un eccessiva bulimia nello sfruttamento delle potenzialità della tecnologia.

Ben comprensibili i primi due punti, è interessante analizzare il terzo e il quarto. Che contribuiscono a rendere la mossa di Facebook e WhatsApp un vero e proprio autogol.

L’eccezione europea ha portato buona parte del mondo ad accorgersi dell’avanzamento delle pratiche regolatorie del mercato unico. Criticabile su molti aspetti, la politica comunitaria ha avuto negli ultimi anni il pregio di trovare un set di regole ben definite per tutelare le identità digitali degli utenti, i loro dati personali e le informazioni socio-economiche ad esso annesse dallo strapotere del big tech. L’Europa che meglio funziona è forse quella che detta le regole di concorrenza, quando possibile, agli oligopoli tecnologici a stelle e strisce. In India, ad esempio, il dibattito pubblico si è concentrato ultimamente sulla necessità di introdurre pratiche simili di difesa dei consumatori. India Today si è mostrato esterrefatto per il doppio standard seguito da WhatsApp e ha invitato il governo di Narendra Modi a porre in essere la sua versione del Gdpr. L’Alta Corte di Delhi ha già ricevuto ricorsi contro la comunicazione di WhatsApp sul cambio unilaterale di condizioni, che ha iniziato a comunicare agli utenti dal 6 gennaio scorso. Prasant Sugathan, presidente del Software Freedom Law Center, ha lamentato il fatto che i consumatori indiani non abbiano la stessa tutela degli equivalenti europei e invitato al techlash.

Proprio l’India è tra le capofila del quarto punto di discussione: l’ascesa di concorrenti di WhatsApp in seguito alla mossa azzardata del gruppo segnala che nell’ambito tecnologico il vantaggio dell’eterogeneità delle piattaforme a disposizione riduce, sul lungo periodo, il grado di fidelizzazione dei clienti. Picchi di download in India (da 12mila a 2,7 milioni), ma anche negli Usa (da 63mila a 1,1 milioni) per Signal, la piattaforma fondata nel 2013 tra i cui finanziatori c’è un ex fondatore di WhatsApp, Brian Acton, uscito dal gruppo nel 2017 per divergenze con Zuckerberg; e che dire di Telegram, che ha ricevuto 25 milioni di download in pochi giorni, portandone il totale a 500 milioni (un decimo di quelli di WhatsApp) ed è ritenuta un “porto sicuro”.

Fondata dai fratelli russi Pavel e Nikolai Durov Telegram, spiega Qui Finanza“è diventata il concorrente più temuto da WhatsApp. L’applicazione di messaggistica è stata pensata con lo scopo di fermare la penetrazione del governo russo nella sfera privata dei cittadini, e per questo la società si rifiuta di collaborare con qualsiasi autorità e consegnare le chiavi di cifratura dei messaggi”, al pari di WhatsApp fondata sulla crittografia end-to-end.

La hybris del gruppo Facebook, che ha voluto spremere fino in fondo WhatsApp, rischia di trasformarsi in un pericoloso autogol e di creare un danno di immagine, oltre che di pesare negativamente sul piano economico delle società coinvolte. Anche i giganti della tecnologia piangono: e se gli errori di uno di essi facilitano la creazione di una sana concorrenza nei campi oggetto di scontro tra le diverse società, vuol dire che c’è speranza di vedere contenuti gli abusi di posizione dominante dei big del settore.