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L’Austria è oggigiorno assieme alla solita Olanda la nazione che in Europa è disposta a combattere con maggior foga per fermare la possibilità di un superamento delle regole su deficit e debito pubblico dopo la fine della pandemia di Covid-19. Gli “ultimi giapponesi” dell’austerità non demordono nonostante i dogmi economici scolpiti nelle “tavole della legge” dei Trattati europei si siano dimostrati vani di fronte alla crisi pandemica e anche la Germania di Angela Merkel ha capito che dal rigorismo più estremo bisognava deviare per evitare un nuovo tracollo economico continentale.

E se l’opposizione dell’Olanda di Mark Rutte è da dare più o meno per scontata, nell’anno e mezzo di pandemia quello dell’Austria è stato un climax ascendente che ha avuto nel 2021 il suo apice. Uscito di scena Jens Weidmann, il governatore “falco” della Bundesbank e dimessosi Sebastian Kurzil cancelliere che ha schierato Vienna a favore del rigore, l’Austria non ha però cambiato linea. Tanto da far parlare molti analisti del fatto che Kurz sia rimasto “cancelliere-ombra” anche dopo l’ascesa a capo del governo dell’ex ministro degli Esteri del suo compagno di partito nel conservatore Ovp, Alexander Schallenberg.

La continuità austeritaria a Vienna è stata sancita, più che dall’influenza profonda di Kurz, dal mantenimento al ruolo di ministro delle Finanze dello Schauble austriaco, il super-rigorista Gernot Bluemel. All’ultimo Eurogruppo di inizio novembre Blumel ha preso posizione sull’ipotesi di un avvio della procedura di modifica dei trattati europei nel 2022 e sottolineato che l’Austria è “contraria” a “ulteriori eccezioni” nelle regole sui conti pubblici Ue “per poter contrarre ulteriori debiti”. “Durante l’estate – ha detto – abbiamo lanciato una cosiddetta alleanza della responsabilità che ha l’obiettivo di abbassare gradualmente i livelli di indebitamento degli Stati. Questo è importante per avere un margine sufficiente per la prossima crisi”.

Il “Metternich dell’austerità” durante tutti i mesi estivi ha preso collegamento con le cancellerie della Nuova lega anseatica, Olanda in testa, e con i rigoristi del Nord per contrapporre ai principali paladini del cambio delle regole, Mario Draghi, Pedro Sanchez e Emmanuel Macron, e anche al futuro cancelliere tedesco (con ogni probabilità Olaf Scholz, tutt’altro che un falco austeritario) una coalizione coesa. Finalizzata ad evitare che la svolta post-Covid, l’introduzione del fondo Next Generation Eu, la monetizzazione del deficit, la svolta sempre più interventista della Banca centrale europea e il nuovo vento keynesiano di cui Mario Draghi in Italia si è fatto interprete diventino regole strutturali, cambiando il terreno di gioco per i Paesi che difendono un’Europa mercantilista, apertamente liberista e scarsamente solidale.

“L’Europa non scivolerà in un’Unione del debito”, ha avvertito a luglio Blumel, nelle stesse settimane in cui, come riportato da Politico, provava a mettere in piedi la sua “coalizione dei volenterosi” pro-austerità, formando un’antemurale per evitare che il Patto di stabilità, il 3% nel rapporto deficit/Pil e il rigore sui conti finissero nel dibattito sul futuro dell’Europa.

Nell’anno e mezzo del Covid-19 Vienna ha dovuto fare i conti con una situazione problematica legata alla pandemia ma è riuscita a scampare alle più dure conseguenze sanitarie, economiche e sociali del contagio. E ora gioca da paladina del rigore temendo di poter pagare eccessivamente in termini di debito proprio la ripresa del Vecchio Continente. Il vento del cambiamento è forte e tocca punti apparentemente irraggiungibili nei mesi scorsi. “Qualche settimana fa, persino il direttore del Meccanismo Europeo di Stabilità Klauss Regling ha detto che il tetto del 60 per cento del debito sul pil va ripensato”, ha scritto l’Huffington Post parlando della conversione sulla via di Damasco del capo dell’organizzazione che più di tutte rappresenta l’austerità. “Segno che la spinta alla revisione della governance economica europea c’è e ha attraversato steccati prima impensabili”, e che la prova di forza del Recovery Fund, della transizione energetica e della svolta sulla digitalizzazione, dopo la pandemia, si stanno imponendo come motori di cambiamento sistemici anche per molti dei più ostinati difensori del rigorismo.

La mossa di Paesi come l’Austria è chiara: sfruttare il 2022 per fare “melina” e far prolungare su un binario morto le discussioni sulla riforma delle regole, nella consapevolezza che, ad oggi, la sospensione del Patto di Stabilità e delle restrizioni più dure sul bilancio è prevista terminare con il 2023 e che, senza modifiche, anche i fondi europei per quell’anno saranno allocati secondo le regole pre-Covid. A Bloomberg ai margini dell’Eurogruppo Blumel si è detto fiducioso e affermato che “la strada è una sola, quella di ridurre il rapporto debito/Pil soprattutto per i Paesi con livelli elevati di questo rapporto che, altrimenti, rischiano di trovarsi in difficoltà di fronte al mercato che potrebbe richiedere tassi più alti per il maggior rischio”. In una fase in cui il supporto Bce dovrebbe diminuire sin dalla primavera 2022 per terminare alla fine dell’anno prossimo, Blumel sa bene che il tempo può giocare dalla sua dato che il problema del debito potrebbe esser fatto ritornare, strumentalmente o meno, all’ordine del giorno. E non è un caso che anche la bozza di manovra del governo italiano di Mario Draghi immagini uno scenario di calo del debito in linea con la possibilità, ad oggi non fugata, del rientro al sistema delle regole europee dopo il 2022. La partita sarà lunga e complessa, e assieme alla solita Olanda ora Paesi come l’Italia hanno un rivale in più. Deciso a giocare fino in fondo questa partita che ritiene cruciale. A costo di paralizzare l’Europa.