L’Australia verso le elezioni: il dilemma tra la sicurezza Usa e il commercio con la Cina

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A partire dagli inizi del XXI secolo l’Australia ha rafforzato le importanti relazioni commerciali con la Cina, divenuta dal 2009 il principale partner di Canberra, nonché il primo importatore delle risorse minerarie provenienti dall’isola continente (parliamo principalmente di ferro, oro e carbone). Le cose, però, stanno rapidamente evolvendo. Non solo la Repubblica Popolare si sta rendendo sempre più autonoma dalle materie prime di Canberra, ma soprattutto sono in crescita le tensioni nell’Indo-Pacifico, che vedono il Dragone contrapposto agli Stati Uniti – tradizionale alleato dell’Australia – per via di Taiwan, e non solo.

Se queste tensioni dovessero avere delle ripercussioni sulle relazioni che abbiamo descritto, i riflessi su un’economia, quale quella australiana, che ha puntato quasi tutto sul settore estrattivo (e sul relativo export), sarebbero estremamente significative, tenendo sempre a mente che parliamo del suo primo partner commerciale.

Le ragioni alla base di un sistema economico basato in gran parte su risorse naturali ed esportazioni vanno ricercate in fattori storici e demografici. L’Australia vanta una superficie di 7.688.287 chilometri quadrati, per intenderci circa 50 volte l’Italia, con un’estensione superiore sia a quella dell’intera Europa, che degli Stati Uniti, eppure ha una popolazione di poco inferiore ai 27 milioni e una densità, tra le più basse del pianeta, di circa 3 abitanti per kmq, concentrati per lo più lungo le coste, a ridosso dei grandi centri urbani; il che ha impedito lo sviluppo di un’industria nazionale per lo sfruttamento delle risorse, destinate conseguentemente all’export, il tutto con una gestione che vede il ruolo preponderante delle multinazionali.

Rinnovabili o nucleare?

Il settore minerario incide fortemente sul PIL australiano, con ferro, carbone e gas naturale che rappresentano le prime tre voci dell’export, e quasi la metà del loro valore complessivo, favorito anche dall’aumento del valore di mercato delle materie prime causato dallo scoppio del conflitto in Ucraina.

I riflessi si registrano non solo sul versante della politica internazionale, ma pure di quella interna, visto e considerato che tra meno di un mese si voterà per le elezioni federali, con il futuro dell’industria estrattiva e delle politiche energetiche al centro del dibattito tra i due principali competitor per la carica di primo ministro. Se l’attuale premier, il laburista Anthony Albanese, punta tutto sulle energie rinnovabili, che oggi coprono oltre il 36 per cento del fabbisogno per l’elettrico nazionale, il suo principale avversario, Peter Dutton, alla testa della coalizione dei conservatori, è fautore del nucleare, quale soluzione ottimale di lungo periodo. Un progetto, quest’ultimo, che però non ha avuto luce verde dal CSIRO (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation), l’agenzia scientifica nazionale, che lo ha ritenuto economicamente non conveniente, sollevando anche il problema dello smaltimento delle scorie radioattive.

Al di là delle scelte nazionali sulla politica energetica, resta il fatto che l’esportazione di materie prime resta un settore vitale per la tenuta di un’economia che nel 2023 rappresentava l’1,7 per cento di quella globale, per cui “inimicarsi” il più importante partner commerciale, nell’ambito del principale comparto economico, potrebbe rivelarsi una scelta quantomeno improvvida.

L’ambiguità dei rapporti con la Cina

Il che ci conduce alla situazione militare e strategica dell’Australia. Gli Stati Uniti sono dal 1945 la potenza di riferimento – ricordiamo anche le strette relazioni di intelligence, con i cosiddetti five eyes – e visto e considerato che con l’avvento dell’Amministrazione Trump l’Indo Pacifico, in un’ottica di contenimento della Cina, sarà il principale teatro di confronto (per ora economico) tra i due giganti, la collocazione del continente australiano ne fa un attore indispensabile (assieme al Giappone) per la strategia del “containment”.

La tradizionale alleanza tra le due sponde del Pacifico ha trovato nell’AUKUS – il partenariato strategico-militare per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, annunciato nel 2021 dai governi di Stati Uniti, Regno Unito e Australia – una sorta di consacrazione formale, con l’obiettivo di dotare Canberra delle tecnologie occorrenti per la costruzione di sottomarini a propulsione nucleare: si stima un investimento di 500 milioni di dollari per il solo 2025.

Non occorre spendere molte parole per comprendere il disappunto della Cina. Un segnale delle tensioni con Pechino lo si potrebbe leggere nelle dichiarazioni, rese nel corso di una recente intervista, dal premier Albanese, quando annunciava l’intenzione del suo Governo di riportare “in mani australiane” il porto di Darwin, gestito dal 2015 dalla società cinese Landbridge. Si tratta di uno scalo strategico, che ospita ogni anno importanti esercitazioni militari dei marines statunitensi. Al momento non si ha notizia di alcun riscontro da parte della società cinese, ma è significativo che quasi contemporaneamente sia stata resa pubblica un’analisi della intelligence di Canberra, commissionata prima delle presidenziali di novembre 2024, nella quale si leggeva che “un conflitto tra grandi potenze non è più inimmaginabile”.

Quel che emerge è la grande ambiguità che contraddistingue i rapporti tra Pechino e Canberra, da un lato caratterizzati da importanti relazioni di ordine economico e commerciale, cui fa da contraltare la stretta alleanza militare con Washington, che vede nella Repubblica Popolare la principale minaccia strategica alla propria egemonia, e che individua nell’Australia uno dei bastioni per contrastarla. Non a caso, i rapporti sino australiani hanno già conosciuto in passato dei momenti di crisi, ma ben difficilmente questo potrebbe comportare, specie nell’immediato futuro, una rottura.

Le polemiche sull’AUKUS

E non andrebbe trascurato che proprio in ordine al capitolo dell’incremento dell’impegno militare non sono mancate le crepe. La  decisione australiana di cancellare, resa nota alla fine dello scorso anno, il programma spaziale JP 9102, che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di una rete satellitare con finalità di comunicazione difensiva, affonda le radici proprio negli elevati costi del programma AUKUS, con l’effetto, però, di accrescere la dipendenza dagli alleati per questo comparto strategico.

E parlando dei costi dell’AUKUS, diverse critiche sono state avanzate in patria. Come riferisce il Global Times, quotidiano cinese in lingua inglese, Adam Bandt, leader del Partito Verde australiano, ha contestato gli oneri del patto, stimati in 368 miliardi di dollari australiani (233 miliardi di dollari USA), al quale si collegano gli strali dell’ex primo ministro liberale Malcolm Turnbull, che lo ha definito un accordo che mette a repentaglio la “sovranità e la sicurezza” dell’Australia, oltre alle finanze nazionali.

Non va tanto per il sottile neanche l’analista e giornalista australiano Andrew Fowler, che nel suo saggio Nuked (2024) dice apertamente che l’AUKUS non ha nulla a che vedere con la difesa del Paese, denunciando l’assoluta mancanza di trasparenza di certe scelte.

Chen Hong, professore e direttore dell’Australian Studies Centre presso la East China Normal University, all’interno del già citato editoriale di Global Times, scrive che “… con l’AUKUS, l’Australia viene manipolata come una pedina degli scacchi, pronta a essere spinta in prima linea in una potenziale manovra militare statunitense contro la Cina. Questa disposizione non è pensata per la difesa della sicurezza nazionale australiana né per i suoi interessi nazional”, concludendo come sia “… un errore di valutazione e un’errata concezione strategica da parte di Canberra considerare e posizionare la Cina come un potenziale avversario e impegnarsi in una corsa agli armamenti insensata e futile per combattere una guerra statunitense per l’egemonismo statunitense.”

Posizioni riprese anche da un altro articolo pubblicato poche settimane fa dalla stessa testata, che dà conto del dibattito in corso in Australia sulle scelte politiche e strategiche del paese, collegate alle importanti relazioni economiche in essere con la Repubblica Popolare. Rapporti sui quali, forse, potrebbero incidere anche i dazi trumpiani, al momento “sospesi”, ma sempre pronti a tornare in auge, stanti alcune posizioni assunte dal governo Albanese, non precisamente concilianti verso le richieste della Casa Bianca. In ultima analisi, l’Australia sembra non poter fare a meno di Washington per la sua difesa, ma neanche di Pechino per la sua economia.

Gli interessi Usa

Come conciliare queste due esigenze, apparentemente antitetiche, specie in un quadro di crescenti tensioni, non sarà impresa facile per il Governo che verrà espresso dal voto del prossimo 3 maggio, nel quale, oltretutto, potrebbero pesare le scelte dei circa 1,4 milioni cittadini di origine cinese.

L’unica cosa che possiamo fare al momento è esprimere un auspicio, vale a dire che i dirigenti politici australiani sappiano guardare innanzitutto all’interesse nazionale, magari prendendo spunto da una massima a suo tempo coniata da Kissinger: “Gli Stati Uniti non hanno né amici permanenti né nemici permanenti: hanno solo interessi”.