Siamo tornati al punto di partenza. Settembre 2008: Lehman Brothers dichiara bancarotta portando al più grave default della storia finanziaria statunitense e all’inasprimento della recessione iniziata l’anno precedente, segnalando al mondo lo stato drammatico della Grande Crisi, paragonabile solo ai crack del 1929. Dicembre 2018: le cause strutturali che hanno portato alla deflagrazione della crisi rischiano di sprofondare il mondo in una nuova recessione senza che gli effetti economici, politici e sociali della precedente si siano completamente riassorbiti.

Nuovamente, sul banco degli imputati tornano i derivati. Presi a simboleggiare l’intero contesto dello shadow banking system (sistema di intermediazione creditizia costituito da entità ed attività operanti al di fuori del normale sistema bancario) che nuovamente rischia di rappresentare il punto di partenza di una crisi di cui si intravedono già i primi sintomi.

I derivati, prodotti oscuri per eccellenza

La quantità di derivati oggi in circolazione ammonterebbe, secondo le stime, all’inimmaginabile cifra di  2,2 milioni di miliardi di euro: 33 volte il valore del Pil mondiale. Essi, scrive con puntualità Fabio Accinelli sul Sussidiario“non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco, bensì ‘derivano’ il loro valore da altri prodotti finanziari esistenti come beni reali alla cui variazione temporale del prezzo essi si agganciano. Il titolo o il bene reale la cui quotazione sui mercati imprime di fatto il valore al derivato assume il nome di ‘underlying asset‘ ovvero ‘sottostante'”.

I derivati, in sostanza, “hanno per oggetto una ‘pura scommessa’ (previsione) sull’andamento futuro di un particolare indice di prezzo, ciò con il massimo spettro di scelte quali: quotazioni di titoli, tassi di interesse, tassi di cambio tra valute diverse, prezzi di merce relativi a materie prime; ovvero tutto ciò che implica una variazione di prezzo e/o di valore. Un’ultima caratteristica che facilita la speculazione è che il derivato è di fatto uno strumento finanziario acquistabile su tutti i mercati mondiali da un numero definito di possibili scommettitori che non hanno alcun rapporto diretto con il titolo e/o bene sottostante a tale scommessa”.

I derivati e le dinamiche della Grande Crisi

In altre parole, gli operatori che gestiscono i derivati sono nella stragrande maggioranza dei casi differenti da quelli che hanno a che fare con il sottostante finale, molto spesso rintracciabile dopo diversi stadi di intermediazione.

Ciò rende estremamente opaco e rischioso il processo di gestione di questi strumenti: nel 2007-2008, infatti, il detonatore della crisi furono i mutui “subprime” che, spacchettati e smistati in titoli secondari assicurati da una lunga catena di derivati, al momento dei primi fallimenti a catena trascinarono con sé buona parte dei portafogli obbligazionari della finanza statunitense.

La lezione del passato non è stata appresa e ora, negli Stati Uniti, le nuove frontiere della speculazione sono rappresentate dai prestiti agli studenti per le tasse universitarie e dai crediti forniti per l’acquisto di automobili. “E sono proprio le grandi banche di Wall Street a essere tornate prepotentemente in gioco con miliardi e miliardi di dollari di prestiti a quelle finanziarie che gestiscono il mercato del credito al consumo, di fatto esponendosi di nuovo al forte rischio di bolla”, scrive Business Insider.

Le banche centrali suonano la ritirata

Fino a pochi mesi fa, le Banche centrali garantivano liquidità a costo zero, “la quale però comprime i margini e i rendimenti, quindi – avendo la Fed come scudo – ci si lancia ancora nell’azzardo morale di mercati rischiosi che però garantiscono profitti maggiori: vedi quello del credito al consumo che, negli Stati Uniti, solo per le automobili ha superato abbondantemente i mille miliardi di debito che grava sui consumatori che lo hanno contratto”.

Il diluvio di liquidità garantito dalle banche centrali occidentali per reagire alla crisi ha portato i loro bilanci a crescere in aggregato da meno di 10mila a oltre 25mila miliardi di dollari – fino a un terzo del prodotto lordo di del mondo – ma prima ancora di favorire l’economia reale ha accelerato il corso della speculazione finanziaria proprio per la disponibilità di denaro a basso costo a cui ora si cerca di porre rimedio suonando la “grande ritirata”. E incrementando a dismisura la massa critica di derivati tossici in circolazione.

Il sistema bancario affonda sotto il peso dei derivati

A condurre il più rischioso gioco di scommessa sui derivati sono stati, come anticipato, i colossi del credito. Il caso di Deutsche Bank e dell’enorme oceano di derivati in cui essa è immersa, una massa pari a 14 volte il Pil tedesco, non rappresenta affatto un’eccezione.

In questo contesto è interessante ciò che fa notare Accinelli: “La regolamentazione della vigilanza bancaria oggi è più concentrata sui possibili rischi al credito tradizionale che sui rischi effettivi connessi a questa innovazione finanziaria. Analizzando il portafoglio delle prime 55 banche dei tre blocchi Europa-Usa-Giappone, si vede che il rischio derivati figura per l’80% dell’attività prodotta. Da un’indagine datata 18/10/2018 si è evidenziato che nei soli 28 Paesi dell’Ue il valore delle transazioni sui derivati è pari a 660 trilioni di euro, ovvero i derivati che vengono trattati sui mercati europei rappresentano poco meno di un quarto dei derivati di tutto il mondo”, e ad essi bisogna aggiungere quasi 7 trilioni di euro di crediti deteriorati e titoli tossici che pesano come un macigno nei bilanci di numerosi istituti del Vecchio Continente, principalmente francesi e tedeschi.

I limiti della vigilanza sui derivati

Nel contesto statunitense il comportamento sconsiderato degli istituti finanziari ha posto nuovamente i derivati al centro della scena. In Europa, invece, la vigilanza è sempre risultata attenta fino all’eccesso sul campo dei crediti deteriorati, che ha penalizzato enormemente istituti italiani come Monte dei Paschi, e estremamente lassista nel campo dei derivati che riempiono la pancia delle grandi banche francesi e tedesche.

“La vera mina vagante del mondo bancario, i derivati e le forme collegate, è rimasta sotto traccia”, sottolinea Il Sole 24 Ore. “E ora rappresenta una vera minaccia per la solidità delle grandi banche tedesche, e anche francesi. Contemporaneamente è all’ordine del giorno la revisione del Fondo europeo salva Stati, che in futuro potrebbe intervenire nel caso di crisi bancarie, senza chiarezza sulle regole d’ingaggio. Il sospetto che tutto ciò sia funzionale a scaricare almeno una parte dei guai che aleggiano intorno ad alcune grandi banche tedesche (e francesi) appare più che giustificato. Francamente, se ciò accadesse, sarebbe inaccettabile”.

Così come, a livello globale, è inaccettabile il comportamento di un sistema finanziario irresponsabile che rischia di ripiombare il mondo nella crisi prima ancora che passi il ricordo, materiale e psicologico, della precedente. E ciò porta a porsi diversi dubbi sulle capacità della politica di intervenire in maniera coraggiosa per disinnescare la potenziale bomba atomica di cui i derivati rappresentano il materiale fissile. Nonché a riflettere sui rapporti reali di forza che vede le istituzioni a legittimazione democratica depositarie di un campo d’azione sempre più ristretto. Con tutti i rischi che conseguono per l’effettività della democrazia e la sicurezza dei sistemi economici dalle tempeste finanziarie.

Articolo di Andrea Muratore