Il tema dei Non-performing loans (Npl) o – per usare un’espressione italiana divenuta di uso comune, “crediti deteriorati” – è arrivato all’attenzione del grande pubblico negli ultimi anni, sulla scia delle grandi crisi bancarie esplose nel nostro Paese tra il 2015 e il 2016.

Con questo termine si intendono quei crediti divenuti parzialmente o totalmente inesigibili per sopravvenuto default o ridimensionamento economico della controparte, per progressiva svalutazione o per necessità di contabilità, che rimangono presenti negli attivi delle banche con un valore estremamente superiore a quello previsto di realizzo. Per il caso delle banche italiane, a una gestione molto spesso discutibile da parte del management si è unita la vigilanza radicale e severa della Banca centrale europea, che sul contenimento dei crediti deteriorati ha posto il focus della sua politica negli ultimi anni. Dimenticando casi ben più gravi come i derivati di Deutsche Bank o i patemi del settore bancario franco-tedesco.

Il risultato? Tra il 2015 e il 2018 quattro banche (Etruria, Chieti, Ferrara e Marche) sono state travolte dall’applicazione rigorosa delle normative sul bail-in in risposta al manifestarsi del problema Npl, Monte dei Paschi di Siena è stata presa sotto amministrazione diretta dello Stato, Veneto Banca e Banco di Vicenza sono finite in alta mare.

Complice l’errore della Commissione europea, che ha equiparato l’intervento del Fondo interbancario di tutela depositi (Fitd), un consorzio privato, ad aiuto di Stato l’Italia ha dovuto imporre una regolamentazione lacrime e sangue ai suoi istituti. 31 miliardi di euro il costo del risanamento, al termine di un processo costellato dall’azzeramento massiccio di obbligazioni e azioni, la distruzione di buona parte dei risparmi per 130mila correntisti e un dissesto economico generalizzato per le regioni coinvolte. Tutto questo senza che nel 2019 si evitassero poi le spinose repliche di Carige e Popolare di Bari.

La vigilanza europea ha gradualmente imposto alle banche italiane di sbarazzarsi sul mercato dei crediti deteriorati detenuti. “A livello nazionale sono stati venduti a saldo dalle banche, oltretutto beneficiarie fiscali per almeno 40 miliardi rigirati sul debito pubblico, dal 2011 a oggi, oltre 240 miliardi di euro”, sottolinea Il Fatto Quotidiano. Tra gli acquirenti, in primo luogo, fondi di private equity molto aggressivi, desiderosi di ottenere una leva notevole dai crediti acquistati in sconto. I cosiddetti “fondi locusta” che ai loro investitori hanno promesso “la rendita del 15% composto per 7 anni, che in Italia è il tempo medio di realizzo” di un credito deteriorato.

Difficile farlo senza una normativa extraitaliana che aiuti i fondi-locusta a commerciare i Npl sul mercato europeo. E qui è arrivato l’assist dell’Unione europea, attraverso la direttiva europea Npl 2018/0063, che mira a costruire un mercato integrato dei crediti deteriorati e a unificare le procedure per il recupero crediti.

“Tra gli elementi essenziali per il corretto funzionamento dell’Unione dei mercati dei capitali si annoverano mercati secondari dei crediti deteriorati ben sviluppati”, afferma arbitrariamente la direttiva, che rischia di creare un vero e proprio circolo perverso. La moda europea nella vigilanza bancaria è far pagare fino in fondo il peso della detenzione di crediti deteriorati da parte degli istituti in crisi; l’istituzione di un mercato europeo degli Npl porterebbe all’attenzione dei fondi speculativi, per esempio, una piccola banca regionale italiana costretta a sbarazzarsi dei crediti deteriorati. Con l’effetto di veder uscire dal territorio nazionale la titolarità dei crediti in questione e, dunque, il valore in denaro del loro realizzo. Un processo simile a quanto svolto dai fondi avvoltoio, capitanati dall’americano Elliott del miliardario Paul Singer, nei confronti del debito pubblico di diversi Paesi in crisi, prima fra tutte l’Argentina, all’inizio del XXI secolo.

Gli eurodeputati italiani devono riflettere seriamente prima di approvare, nel febbraio venturo, questa direttiva potenzialmente pericolosa per il sistema finanziario italiano. L’invito a un’azione comune in sede europea che sappia fare veramente l’interesse nazionale italiano è a dir poco doveroso.

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