La Superlega immaginata da diversi club del calcio europeo come rivoluzione per il mondo del pallone del Vecchio Continente è già tramontata. Il ritiro dei club inglesi e i tentennamenti di Inter e Atletico Madrid hanno azzoppato un progetto fortemente sponsorizzato da due dirigenti, il presidente della Juventus Andrea Agnelli e il collega del Real Madrid Florentino Perez, con il primo, presidente dimissionario dell’associazione dei club europei (Eca), identificato come “Giuda” del calcio europeo dal presidente dell’Uefa Ceferin e assediato dalle critiche, che appare come il grande sconfitto della vicenda.

L’opposizione alla Superlega ha unito in un’inusuale comunione di intenti le istituzioni sportive, tutti i media internazionali, tifosi, allenatori e giocatori, persino delle società che avevano aderito al progetto dei dodici “scissionisti”. Ma più della pressione dal basso ha avuto una sua influenza la politica. Dentro e fuori dall’Unione europea: l’immagine del premier britannico Boris Johnson che dà audizione alle autorità calcistiche inglesi e alle delegazioni dei tifosi segnala l’impatto di Downing Street nella ritirata inglese, ma il ruolo decisivo è stato con ogni probabilità quello dell’asse franco-tedesco. Rinnovatosi con decisione in campo calcistico in queste concitate giornate.

Miracolo di uno sport che è fenomeno sociale globale, mezzo di comunicazione universale e industria redditizia: grazie alla Superlega la Manica non è mai stata così stretta negli ultimi anni. I governi, politici e calcistici, di Francia e Germania hanno avuto una sponda a Londra e hanno potuto ribadire che nulla, in Europa, si può muovere senza il via libera di Parigi e Berlino. L’assenza di club francesi e tedeschi tra i promotori della Superlega aveva già dato, in tal senso, indizi.

Il “gollismo” calcistico di Macron

Gli appassionati si aspettavano sicuramente il francese Paris Saint Germain, di proprietà della famiglia reale qatariota, tra i promotori di un progetto elitario e centrato sul lato entertainment come la Superlega. Del resto, alla Babele di proprietà straniere dei club della Superlega mancavano solo gli Al Thani: tra le nazioni di origine delle proprietà dei dodici club si contavano inizialmente quattro statunitensi (Liverpool, Manchester United, Arsenal, Milan), una italiana solo nominalmente, americana nel modo di pensare (Juventus), una cinese (Inter), una russa (Chelsea), una emiratina (Manchester City), una spagnola con partecipazioni cinesi e israeliane (Atletico), giusto tre completamente organiche Paese d’origine del club (Tottenham, Barcellona, Real Madrid), ma di cui due fanno riferimento a colossi spagnoli che pensano alle loro società più come a dei brand globali che come delle squadre di calcio.

Ebbene, in questa eterogeneità c’è proprio la percepita minaccia della Francia e del suo calcio per un progetto come la Superlega, che va in direzione contraria alle rotte di un’Uefa plasmata negli anni come istituzione funzionale all’interesse sportivo e finanziario francese, come dimostrato dalla morbidezza delle regole di fair play finanziario inizialmente pensate come “scure” per i grandi potentati come quello del Psg. Unico, tra le proprietà calcistiche europee di matrice straniera, a essere figlio di un progetto politico e ad inquadrarsi nei legami conclusi in forma sempre più stretta da Parigi con il Qatar dai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy.

Macron ricorda che anche nel pallone la Francia applica la logica politica del Generale De Gaulle: usare l’arena internazionale come moltiplicatore di potenza. La Superlega appare dunque all’Eliseo come una campagna di conquista di un calcio continentale sempre più plasmato in relazione ai dettami degli interessi francesi da parte di poteri allogeni, con in cima i fondi e le grandi banche di oltre Atlantico, potentati guardati con sospetto nell’Esagono. Le cui critiche hanno condizionato le posizioni dei club. Il Psg, con il suo attendismo e i silenzi che ne hanno di fatto segnalato il ritiro dal progetto, nota Le Figaro, ha messo in dubbio la possibilità del progetto di toccare i 6 miliardi di euro di valore e capitalizzazione inizialmente immaginati di Jp Morgan; l’altra squadra potenzialmente interessata dal progetto, l’Olympique Marsiglia di cui Macron è tifoso e che nel 1993 è stata l’unica formazione francese a laurearsi campione d’Europa, ha invece preso posizione contraria.

Notevole vittoria d’immagine quella del presidente, bisognoso di colpi favorevoli a un anno dalle presidenziali: l’opposizione alla Superlega avrà sicuramente trovato favorevoli sia gli elettori di destra e di sinistra (oppositori per natura dei potentati transnazionali e della finanza apolide) sia una buona fetta dell’opinione pubblica moderata, che alla grandeur del Paese crede sinceramente.

La Germania difende il suo modello

Angela Merkel non ha preso una posizione analoga a quella di Macron, impegnata come era nel congresso della sua Cdu che ha incoronato il segretario Amin Laschet come candidato alla sua successione in vista delle elezioni di settembre. Berlino ha però lasciato che a parlare fosse la “cancelleria federale” del calcio tedesco, situata nel polo bavarese che assieme alla capitale orienta il Paese. Non stiamo parlando del governo federale dello Stato Libero di Baviera, ma della dirigenza del Bayern Monaco, club egemone del calcio germanico, reduce del filotto di sei trofei conquistati nel 2020 e di una solidità di bilancio invidiabile nel mondo del calcio europeo, col 2020 che ha garantito al club utili per il ventottesimo anno di fila.

Per tutti, ha parlato Karl-Heinz Rummenigge, amministratore delegato del club bavarese, per il quale la soluzione ai problemi del calcio europeo  non è un super campionato di super ricchi, ma “spendere meno”. Su queste colonne, com’è noto, non siamo certamente fautori dell’austerità tedesca quando applicata agli Stati, ma sul fronte delle società calcistiche non possiamo non sottolineare che la Superlega rischiava di creare un colosso del debito nel settore sportivo privato. “I 12 club scissionisti hanno complessivamente tra 5 e 6 miliardi di euro di debiti, dei quali 3,8 miliardi bancari”, ha fatto notare Il Sole 24 Ore. “Alla situazione finanziaria si aggiungono i conti economici fortemente colpiti dalla pandemia con ulteriori 2,5 miliardi di perdite operative. In Italia la Juventus ha chiuso il 2020 in profondo rosso (-71,4 milioni) e l’investimento fatto su Ronaldo non ha avuto gli effetti sperati sul conto economico”. Il Bayern Monaco si contrappone a questo trend con quasi tre decenni consecutivi in attivo e con una gestione che riflette l’invidiabile modello di organizzazione del calcio tedesco.

Nonostante l’apertura alla possibilità di trasformarsi in società a responsabilità limitate, le società tedesche sono guidate dalla “regola “50 + 1””, che impone ad esse di vedere la maggioranza assoluta delle quote detenute da organizzazoni di categoria dei soci di ogni club, dunque dai tifosi, evitando la sperequazione a favore di magnati miliardari come successo per larga parte dei club del resto d’Europa. Il Bayern Monaco, ad esempio, ha ceduto quote paritarie del valore dell’8,33% ciascuna appartenenti alla “Bayern Munich AG” (una società per azioni) ai colossi Audi, Allianz e Adidas, ma il restante 75% appartiene alla “Bayern Munich e. V.” e ai suoi soci, 293mila nel complesso, un numero che rende il Bayern la squadra con più tesserati al mondo. Le rare eccezioni concesse in Germania a questa regola sono legate a città identificabili a doppio filo con una precisa azienda, come successo a Leverkusen, ove la squadra locale prende il nome dal colosso farmaceutico Bayer, o a Wolfsburg con la Volkswagen.

La Germania applica un modello, a suo modo, “sovranista” che tutela la matrice tedesca delle proprietà e non vuole sciogliere la sua gestione del calcio, che ripropone il modello industriale della mittelstand, capace di garantire ai dipendenti e piccoli soci delle aziende una costante partecipazione alle attività e agli utili delle aziende. Fondendosi col “gollismo” calcistico di Macron i tedeschi hanno contribuito a far deragliare il progetto di Superlega segnalando la possibilità di fare utili e risultati anche al di fuori del calcio della finanza sregolata e predatoria. E ricordato che l’asse trainante dell’Europa è ancora quello Parigi-Berlino. Anche nel mondo del pallone che ha, non a caso, in Francia e Germania gli ultimi due campioni del mondo.