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Mentre i leader occidentali erano concentrati a tracciare con sospetto gli investimenti cinesi all’estero, a profetizzare lo scoppio di una guerra a Taiwan, a lanciare allarmi su allarmi per l’espansione economica del Dragone in Africa e America Latina, a capire quanto Xi Jinping e Vladimir Putin fossero partner e quanto alleati, la Cina portava a compimento uno dei suoi piani strategici più ambiziosi: Made in China 2025.

Lanciato nel 2015 nell’indifferenza internazionale, pochi anni dopo la Belt and Road Initiative, questo programma ha iniziato a dare i suoi frutti un decennio più tardi. Già, perché i robot che spuntano come funghi nelle fabbriche oltre la Grande Muraglia, che affiancano gli operai sulle linee di montaggio, partecipano a mezze maratone e ballano in diretta nel Gran Gala del Capodanno Cinese, sono una delle manifestazioni concrete di Made in China 2025.

Il Governo di Xi ha ribattezzato così un piano che, nell’arco di dieci anni, mirava a rivoluzionare l’economia nazionale attraverso l’hi-tech, l’innovazione e la trasformazione della “fabbrica del mondo” in un modello di industria 4.0. I robot industriali rappresentano solo la punta di un iceberg ben più vasto, che include la diffusione della banda ultralarga, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la crescita del mercato delle auto elettriche — un iceberg che sta emergendo nella sua interezza solo ora.

I robot per limitare l’effetto dei dazi

Il New York Times non ha dubbi: “L’arma segreta della Cina nella guerra commerciale (contro gli Stati Uniti, ndr) è un esercito di robot industriali alimentati dall’intelligenza artificiale”. Ma il contributo della robotica all’economia cinese va ben oltre le tariffe introdotte da Donald Trump.
Con Made in China 2025, Pechino intendeva trasformare radicalmente il settore manifatturiero e, grazie ai robot, questo cambiamento sta già avvenendo.

La chiave per attutire l’impatto dei dazi è proprio l’automazione delle fabbriche. In tutta la Cina, gli stabilimenti sono in piena fase di rinnovamento: ingegneri ed elettricisti lavorano a ritmo serrato per installare robot che, operando all’interno delle strutture produttive, permetteranno di abbattere i costi, migliorare la qualità dei prodotti e mantenere competitivi i prezzi delle esportazioni.

I dati sull’automazione parlano chiaro: secondo l’International Federation of Robotics, la Cina ha più robot ogni 10.000 addetti nel manifatturiero rispetto a qualsiasi altro Paese, fatta eccezione per Corea del Sud e Singapore.

Automazione e robotica

La spinta all’automazione è guidata da direttive governative e sostenuta da ingenti investimenti. Affiancando — e in alcuni casi sostituendo — i lavoratori con robot, Pechino punta a mantenere il dominio nella produzione di massa, anche di fronte a una forza lavoro in progressivo invecchiamento.

Ma cosa significa, nella pratica quotidiana, affidarsi a un robot? Prendiamo l’esempio di una fabbrica che produce forni e attrezzature per barbecue: un braccio robotico dotato di telecamera — costo: 40.000 dollari — può osservare il lavoro di un saldatore umano e replicarlo autonomamente, richiedendo un intervento umano minimo grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. He Liang, fondatore e Ceo di Yunmu Intelligent Manufacturing — uno dei principali produttori cinesi di robot umanoidi — ha dichiarato che il prossimo obiettivo del Paese è trasformare la robotica in un nuovo settore industriale a sé stante: “L’aspettativa per i robot umanoidi è quella di creare un’industria simile a quella dell’auto elettrica”, ha affermato.

Si tratta, insomma, di una vera e propria strategia nazionale. Il premier Li Qiang — seconda carica dello Stato — ha annunciato, nel suo rapporto annuale al Parlamento, che tra gli obiettivi per il 2025 figura anche quello di “sviluppare vigorosamente” i robot intelligenti. La principale agenzia di pianificazione economica del Paese ha già istituito un fondo nazionale di venture capital da 137 miliardi di dollari per la robotica, l’intelligenza artificiale e altre tecnologie avanzate.

Nel frattempo, le banche statali cinesi hanno aumentato i prestiti all’industria per un totale di 1.900 miliardi di dollari, finanziando così nuove fabbriche e il rinnovo dei macchinari. E ogni anno le università cinesi sfornano circa 350.000 laureati in ingegneria meccanica, oltre a migliaia di tecnici qualificati, elettricisti e saldatori. Numeri ben superiori rispetto ai circa 45.000 ingegneri meccanici che si laureano negli Stati Uniti…

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