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Il tema dominante nel dibattito pubblico negli Usa è oggigiorno quello della regolamentazione del big tech, ovvero della possibilità per l’autorità federale di imporre nuove normative suscettibili di cambiare i rapporti di forza industriali, tecnologici e finanziari che permettono a un ridotto manipolo di imprese altamente innovative stanziate soprattutto sulla costa Ovest di dettare le leggi della competizione in materia e di dominare la creazione di standard accettati a livello globale.

Lina Khan, la giovane e agguerrita portavoce della lotta agli oligopoli recentemente posta da Joe Biden a capo dell’antitrust Usa, è vista come una rivale dal big tech (Amazon, Facebook, Google, Apple e via dicendo) e una potenziale fautrice dell’applicazione di regole stringenti sulla riduzione delle posizioni dominanti delle compagnie del settore, potenzialmente in grado di arrivare fino allo smantellamento stesso degli oligopoli.

La base legislativa che gli Usa, supposta patria del libero mercato fine a sé stesso, si sono dati per contrastare gli abusi di posizione dominante è estremamente datata ma ha ricevuto diversi richiami nel corso della storia. Lo Sherman Antitrust Act del 1890 è infatti il presidio strategico più importante per definire il perimetro della regolamentazione degli oligopoli e dei monopoli e per affidare allo Stato, in potenza, il potere di procedere al loro smantellamento.

Ai tempi del decollo degli Usa come potenza industriale e commerciale, della rivolta populista contro lo strapotere dei robber barons e del rafforzamento dei poteri federali al termine dell’onda lunga della Guerra Civile lo Stato americano si trovò di fronte alla necessità di porre con sicurezza sé stesso al di sopra dell’influenza dei finanzieri d’assalto e delle eccessive concentrazioni di ricchezza. Ritenute fattore di deperimento per lo sviluppo nazionale. Lo Sherman Act, che prese il nome dal senatore repubblicano che ne fu il maggiore promotore, creò una situazione secondo cui il governo Usa non proibisce a un’azienda di raggiungere, sul campo, una situazione di monopolio in un dato settore o a un ristretto gruppo di dividersi il mercato, ma punisce duramente ogni tentativo di ricorrere a pratiche illecite per difendere de facto la posizione dominante acquisita. Alzando le barriere all’entrata, creando condizioni impareggiabili di costo, manipolando il mercato per formare un cerchio chiuso entro cui limitare la competizione economica.

In oltre un secolo, più volte governi e amministrazioni si sono rivolti allo Sherman Act. Il più celebre apologeta della legge fu Theodore  Roosevelt, che a inizio secolo si conquistò la nomea di trust buster per il suo continuo rilancio della legge contro i grandi monopoli della famiglia Morgan (la Northern Securities Company contro cui Roosevelt si mosse nel 1907); in seguito nel 1911 fu la volta del colosso petrolifero Standard Oil, di proprietà di John D. Rockfeller, smembrata in trentaquattro distinte società ciascuna con un proprio distinto management. Anche il presidente William Howard Taft utilizzò la legge per colpire il monopolio della American Tobacco Company; tra i soggetti che hanno subito nel corso dei decenni investigazioni per posizioni possibili di punizioni ad opera dello Sherman Act si segnalano General Electric (colpita dalla Corte Suprema e costretta a smantellare il cartello con Westinghouse nel 1926), At&T (scorporata nel 1981) e Microsoft (sfuggita alla scure dell’antitrust nel 2001). I precedenti storici non mancano e, anzi, per eventuali azioni contro il big tech si potrebbero ipotizzare due scenari d’intervento.

Il primo è quello della regolamentazione dei colossi statunitensi su base geografica. Amazon, conglomerato fortemente integrato che ha il suo core business nella gestione di data center e nella logistica, risulterebbe maggiormente suscettibile di manovre paragonabili a quella portata avanti contro la Standard Oil, smembrata su base regionale e territoriale.

Il secondo è quello della destrutturazione di cartelli e monopoli in modo tale da promuovere l’innovazione aperta e la vera crescita della concorrenza. Lo Sherman Act potrebbe guidare eventuali azioni volte a definire la liceità dell’integrazione Facebook-Instagram-WhatsApp, ad esempio, o valutare il peso dei sistemi operativi o di Google tra i motori di ricerca. Oppure vagliare la possibilità che esistano accordi di prezzo per la gestione di prodotti informatici, hardware e via dicendo.

Rispetto all’epoca dei Rockfeller e dei Morgan il cambio più importante è sicuramente rappresentato dalla postura globale delle aziende del big tech e dalla loro proiezione mediatica e sociale su scala internazionale. A cui va aggiunta l’immaterialità dei dati il cui controllo reale rappresenta il maggior frutto di guadagni e la vera posta in gioco nella contesa tra governo federale e giganti del web.

In sostanza, lo Sherman Act è stato pensato per regolamentare la proprietà di brevetti, asset industriali, risorse naturali, reti di trasporto; centotrenta anni dopo, l’immateriale può comprensibilmente sfuggirgli. E questo segnala la crescente importanza che le cinque proposte bipartisan di cui su Inside Over abbiamo dato evidenza e che sono diretta a regolamentare il big tech acquisiscono per l’economia a stelle e strisce.

David Cicilline, 70enne dem del Rhode Island e presidente dell’Antitrust della Camera dei Rappresentanti, nel presentare le leggi che prevedono un ridimensionamento della possibilità di gestione dei dati degli utenti e un blocco alle integrazioni e all’acquisizione tra concorrenti ha segnalato che i giganti del tech hanno “troppo potere non regolato nella nostra economia” e si trovano in una posizione unica per “decidere vincitori e perdenti” della competizione di mercato, “distruggere le piccole attività, aumentare i prezzi sulle attività, estromettere le persone dal mercato del lavoro“. Per questo gli Usa potrebbero presto avere una nuova legislazione adatta ai tempi che corrono. La cui ispirazione sarà sempre quella normativa così anticipatoria delle problematiche dell’economia globalizzata che centotrenta anni fa diede a Washington la capacità di stabilire ordine nel tessuto economico. E leggendo le parole dei promotori delle iniziative anti-oligopoli come le nuove leggi sul big tech si capisce che razionalmente gli obiettivi sono gli stessi dei tempi di Roosevelt e Taft: rimettere i settori più strategici e critici al servizio del benessere dell’intera popolazione americana e non di una ristretta cerchia di finanzieri.