Javier Milei spinge fortemente la sua agenda politica neoliberale per l’Argentina e vedrà il Senato affrontare il voto sull’importante pacchetto della “Legge sull’inviolabilità della proprietà privata“, un pacchetto di riforme che porta con sé, dal nome, una grande impronta ideologica e prevede, tra le altre cose, la totale apertura e la libertà crescente per i cittadini e i soggetti stranieri di acquistare terre sul suolo argentino.
Lo shock di Milei
In ogni comune, provincia o regione, ad oggi, una legge introdotta dal governo di sinistra di Cristina Kirchner nel 2011 stabilisce che la quota massima di fondi possedibili da operatori stranieri è del 15%. Il Clarin, maggior quotidiano argentino, ricorda che tale dimensione fondiaria sarebbe comunque già di per sé notevole: “L’Argentina ha una superficie continentale di 279,1 milioni di ettari, di cui circa 266,7 milioni di ettari sono terreni agricoli. Di questo totale, circa 16,2 milioni di ettari sono in mani straniere, pari al 6% del totale“. Un dato che, di per sé, è superiore all’intera superficie agricola nazionale italiana. Per un Paese storicamente legato alla propria terra, alla grande sfida di agricoltori, allevatori e gauchos che nelle terre pianeggianti dell’Argentina meridionale hanno contribuito a sviluppare un approccio di frontiera al rapporto coi terreni, la legge del 2011 offriva una garanzia politica contro una paura atavica, quella della conquista da parte di mani estranee del più importante fattore produttivo a disposizione di un Paese immenso e relativamente poco popolato.
Milei, dall’arrivo alla presidenza nel 2023, intende forzare l’apertura di mercato, e la proposta di legge che La Libertà Avanza, la sua coalizione di destra, metterà al voto si ripropone di condizionare la competitività dell’Argentina alla rottura di diversi vincoli ritenuti autoimposti.
Svendita o rilancio?
Va detto che gli stessi limiti della legge del 2011 sono ben lungi dall’essere superati, e che su scala nazionale potenzialmente la quota in mano a stranieri potrà salire ancora di due volte e mezza, ma conta il principio: Milei intende dire che l’epoca delle protezioni a monte del sistema di mercato dell’Argentina è finito per sempre e inserire questa riforma nel quadro più ampio del cambiamento delle normative del lavoro, della riforma della Banca centrale, della privatizzazione di diverse risorse naturali, di concessioni come quella di gestione del fiume Paranà e compagnie pubbliche.
E non finisce qui. La motosega di Milei trancia anche le restrizioni ecologiche, mettendo la legge di mercato davanti a tutto in nome dell’aumento della competitività. Alcune norme appaiono quantomeno controverse, specie considerato la natura peculiare dell’ecosistema argentino. Per favorire l’attrattività per gli investitori, Milei vuole rimuovere ogni vincolo alla proprietà privata, elevata nel provvedimento a principio-guida da non fermare con lacci e lacciuoli. Il Buenos Aires Times ricorda, peraltro, che “la riforma elimina in un colpo solo le tutele ambientali esistenti, stabilite dalla legislazione argentina in materia di lotta antincendio. Le restrizioni attuali – tra cui il divieto di vendita di zone umide, aree protette e foreste autoctone colpite dagli incendi per 60 anni, nonché il divieto di modificare la destinazione d’uso dei terreni agricoli bruciati per 30 anni – verrebbero completamente abolite”.
Milei spera che questo shock possa cambiare l’Argentina dopo anni di pantano. Ma, nota Al Mayadeen, “l’indebolimento delle restrizioni sulla proprietà terriera potrebbe contribuire a una maggiore dipendenza dai capitali stranieri, riducendo al contempo il controllo nazionale sulle risorse fondamentali per lo sviluppo a lungo termine dell’Argentina”. Svendita o riforma epocale? L’Argentina si divide. Il voto al Senato sarà, in tal senso, decisivo. E condizionerà la capacità di Milei di governare con forza e decisione fino alla fine del 2027, periodo chiave in cui il presidente libertario andrà a giudizio di fronte agli elettori in un voto ove cercherà la riconferma.